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giovedì 30 agosto 2012

Diario di Corallo, 2002.


Per chi tiene un diario la qualità degli avvenimenti è trascurabile: la loro importanza nasce nell'atto della registrazione.
Francesco Burdin, Un milione di giorni, 2001

L'assenza di un diario − non la sua esistenza − testimonia di una vita dissipata e offesa. Dove non c'è diario, non c'è abbandono.
Antonio Castronuovo, Se mi guardo fuori, 2008

Quando si prende in mano la penna per fissare il ricordo di esperienze private si vuole sempre parlare ad altri uomini, anche quando si sceglie una forma di comunicazione pudica come il diario.
Sándor Márai, La sorella, 1946


Diario. Un modo di essere immodesti con distacco.
Bino Sanminiatelli, Mi dico addio, 1959




Milano, 2 Giugno 2002.
"DAMMI UN BACINO": mi sento scontento. Guardo le ragazze cercando tra queste, in massa, la donna della mia vita. Mia sorella e coinquilina Giacinzia lavora, tirocinia e si deprime. Sfugge la banalità quotidiana perché ne ha paura, la fa star male. Io non scappo ma mi isolo. I miei amici di Milano non mi soddisfano dal punto di vista intellettuale e artistico. Mi isolo, penso ad un eventuale tatuaggio ma ancora non mi abbatto. Non ancora. La situazione politica attuale NON, e dico, NON mi piace affatto. Per quanto ci si arrabbi e si combatta si arriva a un punto di indifferenza e scoramento. La mia vita è piccola, piccolissima e mi sembra vuota, a volte.
Vorrei fare un sacco di cose ma non riesco a capire veramente cosa. Penso e sogno ancora G. Ho ormai definito la mia teoria sui rapporti del passato: il passato non ritorna, perciò è giusto non ritornare ai vecchi rapporti. Devono rimanere indietro. Devo studiare una nuova teoria sul perché si vede sempre la gente che non si desidera vedere e non si incontra mai la gente che si vuole incontrare. In Inghilterra ero solo e pieno di entusiasmo. Forse è meglio che ritorni ad essere solo. Mi trovo in una situazione di stallo. Ho fatto un esame eppure non son pieno di gioia. Mi stanno sul cazzo un po' tutti. Mi sa che non sto poi tanto bene. Forse è un periodo…
Domani iniziano i mondiali per l'Italia. Li guarderò da solo? Ma poi la donna la sto veramente cercando? Dovrei essere più sincero con me stesso. E poi la marijuana sul balcone cresce troppo. Cosa sono e cosa voglio? Porco cazzo e forse no. 

Ascolto lo stereo e fumo sigarette. Penso con rabbia al tedio e all'inedia. Niki vuole uscire ed il tempo passa passa passa.
Mia cugina Maria fa le foto… bah!
Cosa significa pensare ancora a G.? 
Analisi:
E' uno di quei momenti di sconforto in cui sono convinto che una ragazza che non ho più potrebbe darmi ciò di cui ho bisogno. 
Problema:
Se dovessi chiamare G. a casa non la troverei perché è a Venezia. Comunque adesso è insieme al Ciccio. Se avesse voluto rivedermi si sarebbe fatta sentire. Non lo ha fatto. Se anche riuscissi a sentirla non mi vorrebbe rivedere perché il passato viene rinnegato dalle donne. Rimarrò così. Appeso ad un filo di niente. Niente.

Mia mamma dice che sono giallo. Fuori si sente che suonano il liscio.
Domani ITALIA-ECUADOR.
In Inghilterra era pieno di gente proveniente dall'est del mondo ed io ho apprezzato le contaminazioni culturali anche se mi piaceva molto anche solo stare in casa, nella cucina di Mary.

3 Giugno 2002 Italia-Ecuador 2 a 0.
Abbiamo mangiato gli spaghetti al sugo di salsiccia io, Frank, Claus e Mala. Bella mattinata. Sono un po' più felice e meno scontento. Penso ancora a G. ma sono consapevole del fatto che non ci sia più niente da fare. Il passato è passato, lontano. Vivo un momento di debolezza mentale. Non fisica. Faccio pesi e mi guardo allo specchio. Ho i capelli corti, li raserò sui fianchi. Ho ascoltato i 24 Grana e mi hanno aiutato a stare meglio. La musica ha un potere terapeutico sui miei pensieri. Scrivo con la foto di G. davanti agli occhi. E' la foto di quando ci eravamo appena messi insieme. Sicilia millenovecentonovantasei. Di G. ci sono tracce in questo diario, nelle pagine scorse. E' passato del tempo. Non la sento da due anni e ancora talvolta ci penso. Non nascondo che mi farebbe piacere se mi chiamasse e potessi andarla a trovare a Venezia, e fare l'amore. Non lo farà. Penso abbia il mio numero di cellulare e non lo usa, e comunque non sarebbe difficile rintracciarmi. Il fatto è che non vuole. Così… continuo a vivere? bevendo troppi caffè e fumando troppe sigarette. Era proprio bella ed io troppo stupido. E giovane. Anche al mare a Peschici avrei potuto baciarla anche se era già insieme a un altro, penso. Ed in gita in Grecia. Non l'ho fatto. Ho perso troppe occasioni… non mi merito più chance. Potessi risolvere tutti i miei problemi scrivendo su questo diario, avrei trovato la felicità. Non si può. Ma non mi abbatto, ci tengo a dirlo. Madonna quanto mi piace 'sta penna…

In Inghilterra ho viaggiato più volte sul treno per Hebden Bridge - Manchester e viceversa. Ho avuto sonno quella mattina che da casa di Synnva son dovuto tornare allo studentato di Owen's Park e quella chiattona di Chiara (compagna di università di mia sorella) era andata a messa, e mi ha lasciato fuori dalla stanza di cui non avevo la chiave, visto che ero un clandestino. Cazzo a messa! Mi son perso un sacco di volte e pioveva. Ero troppo incazzato ma anche felice della precedente nottata. Appuntamento al bar dell'Università. Ero seduto al tavolo con una ragazza norvegese più grande di me, occhi verdi, poppe rotonde, capelli raccolti a coda di cavallo. Biologa a Manchester. E' arrivata anche l'amica tedesca che ci ha portato in una discoteca piena di ragazze pakistane bellissime. Poi insieme su un taxi. Avevo già baciato Synnva in mezzo alla gente che ballava. Aveva una maglietta che mi piaceva molto, con delle spalline fatte… non lo so spiegare, tipo fatina. Siamo arrivati davanti a una di quelle case inglesi, monofamiliari a due piani. Abbiamo pagato il taxi. Quando ci hanno aperto la porta della villetta m'è sembrato un film. Gente ovunque, sulle scale, in soggiorno, in cucina, in ogni stanza. Gente di tutto il mondo. E pure io in mezzo a loro. Birre, hascisc, musica sparsa.
Casa di Synnva in Lendon Road. Mi si è spaccato il profilattico e lei aveva le mestruazioni.

G. mi chiami o no? Mi passerà questa stronza mania? Non lo so. E poi Veronica è un capitolo definitivamente chiuso. Archiviato. Mi avranno poi segnato il voto, 28??? Vado a studiare ancora un po'. Dopo vado a casa dei miei per la cena. Anche se ho appena bevuto un altro caffè. Ho riletto ciò che ho scritto. Cristo, devo muovermi di più e dire meno stronzate. Devo attivarmi. E' lo stare fermo fisicamente e mentalmente che mi fa stare male. E G., ripeto, è un evento del passato. Una prova superata. qualcosa a cui non pensare più. Andare avanti. Camminare, non sentirsi sazi di niente, devo ingurgitare la vita e correre come Micheal J. Fox nei film. Me ne vado e ti porto via con me. Voglio fare il d.j. e l'attore da grande Oddio oddio. Sto impazzendo. Pasticche di p.o.p. è ciò che ci vuole.

4 Giugno 2 e 2. Pensiero: a volte ritengo che la vita sia la metafora di un atto di autoerotismo: breve, solitario, di poca soddisfazione. Ho fatto un sogno 'stanotte. Defecavo abbondantemente e rumorosamente su di un cesso posto in una stanza piena di persone, tra cui alcune infermiere, che passando mi guardavano.
Stamattina mi è tornata in mente l'innocente & torbida Charlie. Primo rapporto orale ricevuto nella mia vita. Ma purtroppo ricordo di quella ragazza anche l'insoddisfazione per la propria vita, tedio che riversava su di me, tranne che durante i nostri intensi rapporti sessuali. Charlie mi piaceva a momenti. A volte però avvertivo un acuto senso di nausea, mi vergognavo a stare con lei. Non volevo che la gente sapesse di noi. Era carina. Ma a mio parere trascurata. Non rispettava se stessa e quindi non rispettava me. E' finita ma ne è valsa la pena di viverla. Andare di sera a casa sua. Lei mi aspettava con addosso la salopette blu (pensiero che ancora mi eccita) e la canottiera verde militare, sull'uscio della sua grande villa. Io, ricordo, che percorrevo il vialetto di pietra, nascosto tra le piante e i cespugli. Camminavo lentamente, curioso di vederla apparire, per capire cosa provavo… e devo dire che all'inizio mi sentivo felice. Ma poi le persone si rivelano per quello che sono, con i difetti e le insicurezze insite nella natura umana. Sto scrivendo dritto. Era l'anno 2000. Avevamo ancora la Lancia Prisma 1.3. Voglio ancora avere la possibilità di andare a casa di fanciulle, la notte, a consumare sesso senza vergognarmi.

5 Giugno 2 e 2.
Sono andato alla festa di compleanno/ritorno from Manchester della Chiattona. Bella merda, paolotti del cazzo. Io non piaccio alle amiche di mia sorella e loro non piacciono a me. Vivo dal Settembre (25, penso) 2000 in casa mia, in via ******* n. **. Non lo avevo ancora scritto. C'è un salto temporale di due anni e ancora tante cose da dire. Ad esempio dovrei parlare della tipa stupenda che ho conosciuto la sera che mi hanno derubato del cellulare al Rainbow, suonavano i Vallanzaska, e una ragazzina m'era venuta incontro e mi aveva baciato in bocca. Poi ridendo con le amichette se n'era andata via.

Ieri, 6 Giugno, sono andato a vedere lo spettacolo di fine anno di mia sorella Laura, la più piccola della famiglia, 11 anni in meno di me. I bambini hanno cantato e ballato. Laura era cicciottella ma impegnata. Dimostra un certo carattere. Non figurava come quella bambina vestita in arancione, piccola, magra, coi capelli lisci e neri. Laura aveva gli occhiali rotondi come la sua faccia e i capelli arruffati. Crescerà. Ora è una bambina. Che mi ha impedito di registrare Nikita 'sta sera, che mi ha fatto disgustare più di quanto già non lo sia ora. E Niki mi ha fatto incazzare. Quella cagna non cammina e se lo fa, va dalla parte sbagliata. Domani ITALIA-CROAZIA. E sono stufo e sfiduciato, mi attacco ad una canzone oppure alle lucciole che ho visto 'sta sera nel prato. Sono in attesa di qualcosa. Sono veramente tediato da tutto. Non riesco a guardare la televisione, mi viene il disgusto. Fumo sigarette in quantità maggiore del solito, penso. Me la prendo con me stesso, con la mia faccia, con il mio corpo. Fra un po' ci sono le Iene, il film di Tarantino. Una volta, tempo fa, ho bigiato e ho invitato Veronika a venire a casa dei miei. Fuori pioveva, avrei voluto scopare. Non è venuta. Ho guardato le Iene, in videocassetta. Non so più cosa devo fare. Il tempo passa sprecato. Mi faccio le pippe come un adolescente. Uso quei pochi minuti per distrarmi da questa vita. Neanche 'sta sera esco. Ho sentito Claus, ma niente. Vorrei comprare il furgone del padre di Mala per poter viaggiare, andare via, forse sentirmi libero. Non so. Forse costa troppo. Costa tutto troppo. E vivo nell'attesa di un'emozione, di un avvenimento non sporadico che mi faccia apprezzare la vita, viverla per quello che è: una meravigliosa merda. Ma forse vivere, ormai avrei dovuto capirlo, è proprio questo: aspettare. Aspettare di essere felici. Dovrei essere più forte. Questo è un periodo del cazzo. Si vede dal fatto che scrivo. Se non scrivo, vivo. Di solito uscivo, parlavo, fumavo e mi piaceva una ragazza ed ero stanco per stare qui a scrivere. Ora che vivo nell'inedia riesco solo a scrivere e fare stronzate. Riesco a malapena a frenarmi dallo spaccare tutto.

Una volta in Inghilterra sono stato in pizzeria. La pizza era ridicola ma c'erano le cameriere bionde. Marx aveva ragione e Lenin pure. Hanno fatto una attenta analisi della società: fa schifo e continuerà a far schifo se non si cambia. Voglio cambiare tutto. Non è stato sempre così. Mi sono arrabbiato tante volte con Giacinzia perché vegetava e si piangeva addosso. Ora capisco. Capisco di più. E' come un bisogno fisiologico o meglio è qualcosa che deve accadere. Ti piomba addosso. Ti risucchia. E' la depressione. Ti avvolge. Ti stringe e ti sprofonda. L'importante è saperla affrontare. Come me. Scrivere, disegnare, vedere film e fare quelle cose che non si fanno mai perché si è troppo occupati. Studiare. Molto importante. E drogarsi molto.

Oggi è il 7 di Giugno duemila e due. Ho visto "La calda notte dell'Ispettore Tibbs" ieri, bel film, bello veramente.

"I need a friend who makes me happy, not so alone…"

ITALIA-CROAZIA 1 a 2. Due gol annullati. Punizione del Pupone finita su due pali e poi fuori. Ho firmato il rogito ed ora sono proprietario di casa. Ho delle garanzie se perdo a poker. Da ieri mi chiamo Oreste (???). Heroin is my wife and is my life. Non che mi faccia. Non io. Non ancora. 9 Giugno 2002. Sembra autunno. Ma poi Adolf Hitler sarà veramente morto nel '45? E i campi di sterminio non ci sono più? Boh, non so. Sono ancora nervoso. Mi è appena arrivato un messaggio. Chissà chi è. Torno a casa e controllo il cellulare. Nessuno mi squilla. Non arrivano messaggi se non stupide cazzate. Magari è quel napoletano di Guido. Forse andiamo a Imola. Forse, nessuna sicurezza, dipende sempre tutto da tante, troppe cose. Vò a vedere… era Synnva, mi chiede come va… e come deve andare??? Finisco lo spazio bianco e poi le rispondo. Sto leggendo Moravia, l'ho già detto? Comincia una nuova epoca? Non penso proprio. Scrivo storto. Devo studiare diritto Privato  Comparato. Mio padre non capisce ancora a 55 anni come ci si debba comportare. Fuck.

Sono le 1:36 a.m. Ieri ero un po' preoccupato. Mi dispiace vedere mia mamma che si preoccupa per me. Ma lei è il mio rifugio quando faccio il broncio e sono incazzato. Lei se ne accorge e mi chiede perché. E' stanca. Fa un sacco di cose. Dio proteggila. Non ho scritto perché sono stato occupato. Ieri a studiare diritto Islamico e Sharia, poi a guardare "Lock & Stock" coi ragazzi e oggi a giocare a freesbee e pallone a Villa Litta. Il segreto è mantenermi occupato in varie attività. Penso lo stesso ma soffro meno. Tralascio le pippe mentali sulla donna della mia vita etc. Comunque il prototipo è una russa come Nicolle Kidman. Sto impazzendo. Oggi quindi è già il 12 Giugno. Ho sentito il Napoletano e Cipolla. Forse ci si vede. I hope so. Devo scrivere a Mary. Devo chiamare Mino il calciatore, innaffiare le piante. Comprare il fumo.

14 Giugno 2&2, alle 19:26 c'è il treno per Reggio Emilia. Vado con la cugina Maria all'Heineken Jammin Festival. 
Ciao diario, io vò.

ITALIA - MESSICO 1 a 1 --> che merda.

  continua


martedì 7 febbraio 2012

Una seducente minaccia

"Nel momento in cui ci si domanda il significato e il valore della vita, 
si è malati." 
Sigmund Freud


In questi giorni la temperatura all'esterno si misura col segno meno davanti. C'è la neve killer fuori. Ha già ucciso, per davvero, senza scherzi.
In Italia appena una cosa va oltre il normale diventa killer. Non c'è mezza misura, tutto ciò che travalica il previsto, in Italia, uccide. C'è la neve killer, l'afa killer, la pioggia killer e l'influenza killer. 
Io, finora sono stato fortunato. Mi sono preso una febbre non-killer e adesso me ne sto avvolto in un paio di coperte masticando medicinali ogni 6/8 ore, lontano dal freddo bastardo. Cioè killer.
La neve è bianca là fuori, i merli zampettano sul davanzale, li vedo da qui. Hanno occhi tondi, becco arancione, mentre scrivo all'amico M. che si è trasferito in Svezia. L'amico M. è uno di quelli che conosco da quando andavo al liceo, e ancora non capisco come cazzo abbia fatto a trasferirsi in Svezia. Un posto dove per sei mesi all'anno il sole manco lo vedi. E da figlio di meridionali, anche il solo pensiero mi fa soffrire. Infatti là in Svezia la gente tende a suicidarsi per la mancanza di sole, e comunque è tendenzialmente alcolizzata. Là c'è la depressione killer: aringhe, birra, notte perenne e neve. Anche se, in Svezia, le cose funzionano e ci sono le svedesi, che nell'immaginario collettivo maschile sono tutte bionde, gentili e bendisposte. Ma pure questa è una cazzata, perché le uniche svedesi bendisposte fanno i film porno all'estero e le altre sono femministe.
Fatto sta che l'amico M. dice di trovarsi bene là. Oggi mi ha scritto una email:

---Messaggio originale----
>Da: M@libero.it
>Data: 07/02/2012 15.07
>A: nelson corallo>
>Ogg: la biondina borghesuccia

Avendo letto l' ultimo post del tuo blog, avrei voluto commentare la seguente cosa:
"Il post mi e' davvero piaciuto, ma l'attacco a Fabio Volo te lo potevi risparmiare, perché ti fa radical chic quanto la biondina borghesuccia. Fabio uno di noi. Saluti da tu sai chi". Il problema é che non mi lascia introdurre commenti anonimi e non ho un ID pubblico che voglio associare ai miei commenti sui blog. Quindi non ho potuto inserire il commento. In sostituzione fatti valere questa email.

Sto andando a fare una visita medica.

M.

p.s. quando vieni a farti un giro in Svezia?

Mai.
Non ci verrò mai, ci sono stato una volta e non ci torno più. Anche se l'idea di una visita medica in Svezia mi fa pensare ad atmosfere da film porno anni '70. E visto che sono malaticcio e infreddolito mi viene più facile immedesimarmi nella fantasia erotica, immaginandomi su un lettino d'ospedale con un'infermierina sexy, bionda, col camice corto corto che mi guarda con gli occhi azzurri e maliziosi.
Eppure il pensiero mi si blocca in testa, forse per colpa di questo freddo killer fuori dalla finestra che pare aspettarmi per farmi secco.
Sono talmente nevrotico che non riesco a rilassarmi neanche quando sono costretto a farlo con l'alibi dell'influenza. E' questo che mi frega ultimamente. Ci pensavo mentre l'aspirina frizzava nel mio bicchiere: sono riuscito a ottenere belle cose da questa esistenza, tra un inciampo e l'altro. E a volte ho avuto più di quanto potessi immaginare. Sarebbe stupido non ammetterlo. Mi sono conquistato un'identità, una voce. A volte sembra poco, ma non lo è. E' anche vero che quello che possiedo è più simile a un cumulo d'esperienze su un curriculum vitae che non è ancora concluso, ma poco importa adesso, che c'è la crisi. La crisi che ci fotte di paura, più della neve killer. E io, fra molti, ho il culo un po' più coperto di altri, quindi non posso frignare troppo.
Però non riesco a stare sereno, nonostante le mie prospettive si siano aperte, io stesso sia maturato, ho comunque una paura sottile che mi scava nella testa. E mi porta a far pensieri malati. Come qualche giorno fa, prima che iniziasse a nevicare.
Ero al supermercato, lo stesso discount dove ho ambientato un racconto-fumetto, e spingendo il carrello della spesa ho rivisto i miei personaggi muoversi tra gli scaffali: c'è sempre la cassiera col broncio, c'è la mamma musulmana col velo e gli occhi belli, i mocciosi che urlano, la donna isterica, varia umanità che acquista prodotti a basso costo a causa della crisi killer (vedi post "Nero Discount - Pugile alla salsa di soja") ma per quanto quelle persone sembrino fumetti sono più immersi nella realtà del sottoscritto. Già, perché io sono un autore e finché la realtà non viene a prendermi dentro casa, io me ne viaggio dentro spazi paralleli, senza vergogna, deformando l'esistenza. E visto che quel giorno, insieme alle verdure in offerta, al discount vendevano anche dei fiori ho deciso di prenderne uno e portarlo al cimitero da mia nonna, Ines Corallo, che si è fatta seppellire qui a Milano e non a Salerno, per non darla vinta a chi la voleva vedere morta, così diceva lei.
Il nostro cimitero è piccolo, vicino all'imbocco delle tangenziali Torino/Venezia, come un silenzioso avvertimento.
C'era un bel sole quel giorno, un buon odore di legna bruciata nel vento. Lapidi di marmo luccicante. Prima di arrivare da mia nonna mi sono fermato davanti a un altare pieno di candele e ceri rossi, rosari e immagini di Madonne belle come i tatuaggi vintage sulle braccia dei marinai. Là sull'altare c'è un Cristo di legno, di un legno grezzo. E questo Cristo è esile. Il costato è scavato, con ferite aperte tra le costole. Sta là. Ripenso a quando da bambino non riuscivo proprio a guardare Jesus in chiesa, appeso in croce, che pareva trattenesse il respiro mostrando le costole. Mia sorella più piccola, quando eravamo mocciosi, faceva così, tratteneva il respiro e le si vedevano le costole. A me faceva ribrezzo. Ma questo Jesus di legno mi è più simpatico, anche se non capisco come si possa eleggere a simbolo religioso l'immagine più tragica, l'istante di dolore massimo della vita e della morte di chi ha portato al mondo la religione di cui è diventato Messia. Mi fa pensare a tutta l'ideologia cattolica del dolore a ogni costo, del senso di colpa imposto, della mortificazione come unico mezzo di redenzione. Non mi piace. Se penso a Buddha che se la ride beato, panciuto, sereno, tutto d'oro, spirituale, è facile dirmi che ogni marchio espone il suo prodotto. Ossia: buddismo uguale "rilassati", cattolicesimo uguale "preoccupati". 
Torno a guardare il povero Jesus che se ne sta tranquillo in croce. 
Per quanto io possa dirmi lontano dalla dittatura del Vaticano, ce l'ho nei geni tutta la faccenda della religione, del peccato, del catechismo. La mia fortuna è che ho avuto un'educazione più simile allo sciamanesimo, al culto dei morti, alla "superstizione" che viene dal sud arcaico, e che in parte mi salva dai dogmi di Santa Romana Chiesa. La mia religione "familiare" è la stessa che parla con gli oggetti, crede agli spiriti, alle magie, e rende eccitante l'idea di una suora che sotto la tonaca indossa un reggicalze, o spiare dal buco della serratura la scolaretta timorata che si tocca di nascosto, i tradimenti delle mogli che fingono di essere sante e sono puttane. Quel tipo di religione di provincia  talmente piena di divieti e proibizioni che rende il peccato più gustoso. Quella che vede nei passi delle donne, mentre vanno in chiesa, tutto il sapore degli orgasmi di cui chiedere perdono al prete accaldato. La mia religione teme i vivi e sente vicini i morti. La mia fede è contadina, si eccita col sacro perché sente più forte la vergogna del profano. Ha il sapore del proibito che arriva da anni di catechismo, processioni di statue di Santi sollevate sulle teste della folla, paura del Diavolo, devozione alla Madonna, disprezzo per il clero.
E così, tra una visione di cosce e un pentimento, passo lungo i corridoi del cimitero dove stanno i loculi, uno sull'altro, uno a fianco all'altro. Anziane signore camminano a braccetto. Vecchi uomini passeggiano solitari. E un gruppetto di operai cimiteriali, di cui un paio nordafricani, parlano allegri, al sole. Stanno appoggiati al corrimano di metallo, sulla rampa per gli invalidi.
Vado avanti. Arrivo da nonna. Lei mi guarda dalla foto ovale, pare che ride. Di fianco a me un omino parlotta con un altro tizio che si sposta per fargli vedere lo schermo del cellulare che tiene in mano. Stanno tutti e due a 20 cm. da me, in pratica siamo là assieme e li sento dire cose del tipo:
"…perché c'è da scavare, buttare giù tutto e togliere le macerie" dice il tizio col cellulare.
"Eh già" risponde l'omino.
"Poi fai conto che tutta la parte delle tubature è da rifare" continua il tizio.
"Eh sì, è giusto" ammette l'omino.
"Perché per fare 'ste cose qua è meglio buttare giù tutto e rifare da capo. Se vuoi farlo bene, è così!" sentenzia il tizio. 
"Vero, è vero" contrappunta l'omino.
"Perciò, con lo sconto sono 850 €. invece che 1.200" dice il tizio, sottolineando la parola sconto (leggi: senza fattura).
"Eh" rimane sospeso l'omino.
"Uè, tieni presente che l'idraulico lo devi pagare" recupera il tizio.
"Eh sì, gli idraulici si fanno pagare!" conclude l'omino, accettando l'amara verità.
Cazzo, gli idraulici si fanno pagare. Non c'è niente da fare. E' così adesso e così sarà sempre. Amen.
Eccoli qua gli uomini che vanno in chiesa, si tolgono anche il cappello, lasciano l'offerta, i signori perbene, i timorati di Dio. I signori che parlano dei lavori di ristrutturazione delle loro case tra i loculi del cimitero. Sono "quelli che benpensano" di cui parlava Frankie Hi Energie, sono gli stessi che vanno con le puttane di colore in Comasina. E vanno con le negre proprio perché son cattolici convinti, e quando peccano lo fanno con convinzione, quindi scelgono la donna nera, il mistero notturno a pagamento. E se potessero andrebbero con una suora, nera, con il reggicalze sotto la tonaca. Lo so che gusto ci proverebbero. Un ateo non potrà mai immaginarlo quel gusto. 
Brava gente che lavora, lo dico davvero.
E io vorrei essere più simile a loro, a volte. Invece che costruirmi dubbi sull'esistenza dovrei passare il tempo a fare calcoli su quanto converrebbe buttare giù un muro o piuttosto rifare tutte le tubature da capo. Senza stare a preoccuparmi del senso delle cose.
Mentre provo a immedesimarmi nell'uomo della strada, gli operai che prima ridevano al sole si sono fatti seri, passando lungo il corridoio. Un rumore basso li accompagna. Mi giro e vedo sfilare una bella bara di legno pregiato, ricoperta di rose rosse. Centinaia di rose rosse che splendono al sole. Uno spettacolo inaspettato. Non potevo immaginare tante rose rosse tutte insieme su una bara di legno. Ci rimango a bocca aperta. Intanto scorre la processione di gente che accompagna il defunto. 
Era da tanto che non vedevo una bara. Il tizio e l'omino dei lavori di ristrutturazione si sono allontanati, adesso osservano la scena in silenzio. Anche nonna Corallo osserva, col distacco di chi ci è già passato. Dopo il primo stupore penso che, per quanto fosse bella quella bara luccicante nel sole, fosse pur sempre una bara. Perché una cassa da morto la puoi decorare quanto vuoi ma il contenuto resta sempre lo stesso: un cadavere che si avvia alla putrefazione.
Mi è bastato questo quadretto di realtà inattesa per ritornare ai dubbi esistenziali. Checcazzo, invece che bere aperitivi nei bar, con la verità ben stretta in tasca, o scrivere post su facebook contro tutte le ingiustizie del mondo, aizzando il popolo all'indignazione, sono sempre qui a fare filosofie demenziali. E visto che non riesco a fare altro, mi sono detto che quello che mi spaventa di più, ultimamente, è quella sottile incertezza per cui - senza rendertene conto, nonostante gli sforzi - tutto quello che fai è destinato a finire chiuso in una cassa. Senza illusioni messe lì a decorare il contenuto. E mi ci incazzo anche solo per averci pensato ma è più forte di me. Rapporti umani, giorni di lavoro, parole, scritti, entusiasmi e amplessi, tutti insieme, tutti chiusi in un'urna. La cosa più assurda è che fino a ieri mi lamentavo della mia condizione di stallo, di mancanza di lavoro, di prospettive, di finalità, ed oggi che queste cose ce le ho (precarie, ma ce le ho) non mi bastano già più. Allora prenderei a schiaffi me stesso e queste teorie crepuscolari. Vorrei sdoppiarmi per prendermi la faccia e sbatterla davanti alle cose e dire "Guarda, brutto coglione! Guarda! Stai sempre a lamentarti, a piangerti addosso mentre dovresti ringraziare!". Ma non ci riesco. Ci sono giorni che vincono loro, i peggiori nemici, peggio della neve, dell'afa e della pioggia messe insieme: i pensieri killer.
Giudaporco! 
Neanche al cimitero trovo pace. Ho fatto tanto di quel bordello per rosicchiare un posto nel mondo e poi non mi ricordo più il perché... forse perché ho visto troppi film di Woody Allen. E li ho capiti, è questo il dramma. E quell'ebreo, vai a guardare, si è arricchito  prendendo costantemente di mira la propria religione e la società americana, recitando la parte dell'eterno insoddisfatto. In effetti non posso dare la colpa neanche a lui per le mie seghe mentali, ma allora a chi? 
E' che vivere - certe volte - diventa più facile quando c'è qualcosa che ti costringe a farlo, fosse anche la necessità, il bisogno, la fame. Lo so che è impopolare quel che dico, impopolare quanto la svastica nazista, ma in fondo è vero. Nel senso che, dopo tante lotte per conquistare una libertà d'essere e di pensare, alla fine ti accorgi di aver allargato il perimetro dei tuoi confini, ma di non averli annullati. Allora tutto è una semi-libertà. Vivere, a volte, è come stare chiuso tra quattro muri. Gli stessi quattro muri che ti stavano stretti il giorno prima e che provavi ad allargare spingendoli con le braccia, come un carcerato in una cella d'isolamento. Poi succede che, a forza di appoggiartici contro, quei muri cedono, si allontanano. Allora tu respiri, dici che ce l'hai fatta. Però nel frattempo anche il pavimento è diventato lontano e sottile, si è ristretto, e tu ci stai a malapena in equilibrio. E' come camminare su una corda sospesa nel nulla, ma in mezzo a quattro muri. All'improvviso è come se tu fossi un saltimbanco chiuso in una scatola. Cammini sulla fune e i muri ti seguono, e se allargando le braccia provi a toccare le pareti, ci riesci a stento. E sono le pareti che tu stesso hai spinto via, per sentirti meno costretto, ossessionato, ma adesso le rivorresti indietro, per appoggiartici e poi dare la colpa a loro se ti soffocano. 
Quando penso a queste cose mi sento pazzo, divento pazzo.
A livello di auto-critica mi dico che è fin troppo facile la metafora delle quattro mura rappresentative della famiglia oppressiva da cui si è vigliaccamente dipendenti, dell'amore adolescenziale che vorresti lasciare ma che ti mette orrore perdere, delle false convinzioni, dei tradimenti degli amici, dell'odio della gente infame a cui sorridi, dei ricatti del denaro da cui dipendi, di tutte quelle cose che detesti ma che in fondo ti tengono sù. Cercare la libertà nell'esistenza, la vera libertà, significa allargare i propri confini fino agli estremi, abbandonando ogni idea prestampata, rischiando la vita come prezzo. Altrimenti ci si accontenta, e ci tocca viaggiare sospesi in una bara ricoperta di rose rosse, dove nel mezzo, tra il legno scuro, il velluto, i petali odorosi e la luce del sole, c'è la vita che si paga in quotidiana rabbia. E per quanto possa apparire ampio il ritaglio di spazio che ci siamo fatti, si sta pur sempre in equilibrio tra quattro assi. Qualsiasi lavoro tu faccia, qualsiasi esistenza tu creda di stare vivendo, qualunque religione tu voglia professare, alla fine la libertà resta un'illusione. E' una cazzo di verità. Come gli idraulici: quelli si fanno pagare. Non ci sono altre storie. Come non c'è storia che tu, come me adesso, non senta ogni giorno l'ansia di stare vivendo senza saperne in fondo il perché.
Saluto nonna Corallo, per oggi ho farneticato abbastanza. Rido di me stesso e penso che mentre la gente si ammazza tutti i giorni per provare a campare io mi faccio 'sti viaggi psichedelici nei cimiteri. Ma in buona parte me ne fotto, perché sono davvero fatti miei, e di chi semmai li vuol stare a sentire.
Così come adesso che sono a casa, con l'influenza, e scrivo un post sul blog.
Controllo la posta elettronica. L'amico M. della Svezia mi ha scritto un'altra email.

---Messaggio originale----
>Da: M@libero.it
>Data: 07/02/2012 19.20
>A: nelson corallo>
>Ogg: visita medica

Sono ancora confuso e vi é una ragione.

Oggi mi son preso un dito nel culo. Sì. Senza olio (ma con un altro lubrificante). 
Da una praticante dottoressina svedesina.

Un dito nel culo.

Sono stato sottoposto alla mia prima ispezione della prostata e promosso.

Un dito nel culo. 

La dottoressina non mi ha fatto male, ma ho provato un brivido d' imbarazzo.

Come vedi, tu che ti lamenti sempre che la gente pensa sempre ai "cazzi suoi", 
non significa solo che è egoista ma sottintende anche cose impegnative. 
Avessi avuto un blog come te ci avrei scritto un ironico post. 
Invece mi limito a mandarti un'email vecchio stampo. "Tradizionalista con 
lo smartphone", stai pensando. Ecco che ricominci con le tue lamentele da 
fighetta primadonna, mentre la gente si prende dita nel culo.

M.

Cacchio.
Mi immagino la scena: una sexy infermiera, bionda, occhi azzurri, ti accoglie nello studio medico. Ti chiede di spogliarti e tu lo fai, speranzoso. Sei là, viaggi con la fantasia, immagini scene hard come le hai sempre viste nella mente. Torni a guardare l'infermiera, aspetti un suo cenno di malizia. Lei ti sorride, ti fa cenno d'avvicinarti. In sottofondo una musica funky anni '70.
I suo i occhi brillano e poi ti ficca un dito in culo.
Porco cazzo.
Forse ho trovato la metafora che stavo cercando, quella che spiega la mia ansia di vivere, la mia incapacità di essere sereno con me stesso e con gli altri.
La vita non è una corda su cui stare in equilibrio tra quattro muri, e neanche una bara ricoperta di fiori.
La vita è un'infermiera sexy. La vita è una bella donna vogliosa, che indossa abiti che promettono candore e sicurezza.
La vita ti strizza l'occhio e fa promesse di piaceri infiniti.
La vita, mentre annuncia lussuria, indossa un guanto di lattice e, sorridendoti, minaccia di ficcarti un dito in culo. 
E tu sei là, indeciso su accettare o meno, pieno di voglie e speranze.
La vita è una seducente minaccia. 
Questa è la vita, adesso, per me.

NelsonCorallo*