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domenica 28 agosto 2022

L'Amore di Corallo*, cap. 8

Pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti;

l’amore che volevo – lo dissero i tuoi occhi

sciupati e diffidenti – l’avevi tu da darmi.

Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;

compresero la pelle e il sangue.

Ma ci nascondemmo, tutti e due sconvolti.

Costantino Kavafis

Mi torturo guardando la foto che Eva ha messo sullo status di WhatsApp: lei, lui, loro figlia in braccio. Sorridono tutti. E io dove sono? Perché non sono presente al posto di quell'altro, che è sicuramente meno bello di me?

Non è capitato una sola volta di dover assistere allo spettacolo triste di lei, che avrei potuto amare ed essere suo compagno per la vita - finché morte non vi separi -, che dopo il mio forfait trova un altro uomo e concepisce ciò che sarebbe dovuto essere il nostro bambino o bambina. Avrei preferito una bambina.

Ma prima volevo trovare un me stesso che poi sono riuscito solamente ad abbozzare, e per costruire quello che sono oggi ho dovuto lasciare, abbandonare, mollare lungo la via tutte loro che oggi mi mancano e non penso possano essere sostituite mai. Non credo sia originale né autorevole scrivere ciò che ho appena scritto ma è la verità. Qualcuno si cerca così tanto e tenta con forza di farsi una struttura esterna che possa compensare il proprio dolore intimo che alla fine impiega ogni risorsa per mettere su un castello di carte traballante che poi crolla, dopodiché lascia rimorsi e una serie di stucchevoli "perché?" oltre alla consapevolezza di aver sbagliato tutto.

Immaginiamo che la maggioranza degli esseri umani faccia tentativi goffi per rendersi migliore di ciò che può realmente essere, impegnandosi allo spasimo a inseguire un'ideale versione di sé che non potrà raggiungere o,  se ci riesce,  non potrà mantenere a lungo, allora che cos'è l'umanità? Un ammasso di dilettanti che annaspa, spreca risorse,  compie azioni orribili e perde l'occasione di essere felice in maniera più semplice. Ambiziosi e disillusi, io sono tra loro. A noi hanno dato un temperamento e un carattere sfortunato, siamo doppiamente perdenti. E rendercene conto è il castigo finale.

Mi torturo e me lo merito.

Vivo nell'epoca in cui il lamento è letteratura,  è arte del se', è il personal branding, e soprattutto io so farlo meglio degli altri mediocri che però ricevono più likes,  in quanto mediocri per l'appunto. 

Nessuno avrebbe potuto fermarmi dalla corsa impazzita nella quale mi ero gettato. Né mio padre,  né Eva,  né nessuna dopo di lei. E se fossi riuscito a ottenere di più? Avrei guardato a quella foto di famiglia con ironia e disgusto snob? Probabilmente sì. E le lacrime di coccodrillo sarebbero arrivate più in là negli anni, in vecchiaia, perché successo e denaro possono anestetizzare ma non estinguere l'amore.

Se adesso avessi un cane almeno lo porterei fuori a fare un giro in questo paesino calmo della Sardegna del sud dove sono solo perché ho voluto restare solo per qualche giorno prima di tornare a Milano e rigettarmi nella nevrosi.  Ho una pallottola di cotone nell'orecchio destro in cui è entrata troppa acqua,  c'è un film di Woody Allen in tv e il ventilatore ronza e gira il capo da qui a là. So solamente scrivere cosa mi passa per la mente e leggere i libri di chi è più bravo di me. Inseguo sempre quell'idea che possa risarcirci di tanto malessere e scommetto che non lo saprò a breve. Sono pieno di malinconie e ricordi,  sperando qualcosa si sblocchi e mi dia la prova che Dio esiste anche per me. E traballanti passi mossi in infradito sulla sabbia calda di pomeriggi di fine estate.

Potrei far parlare Corallo adesso ma non me la sento.

I miei genitori,  i miei zii, il paese brutto e stupido che ho villeggiato per mesi in passato, la città, Salerno e il mare non balneabile, il sesso estivo che accadeva come temporali, il calore,  il sale, sorelle,  amici, erba,  stelle, macchine in viaggio da sud a nord,  tutto torna a me in un istante e sembra ieri e mille anni fa in un vortice di atomi e ricordi, mio Dio,  che cos'è la vita e cos'è l'umanità?

Accadono i fatti e volano via i giorni e non si fa in tempo a comprendere mai nulla o quasi ma se ne ha questa consapevolezza estenuante per cui si può scriverne: è devastante.

Questo però non riguarda le persone fattive. Loro non sono né sensibili né hanno tempo per riflettere, loro fanno e basta. Loro sono i carrarmati del mondo e lo distruggono passandoci sopra,  estraendo succo e sangue dalle masse che tentano di combinare qualcosa nella vita. Loro sono gli stessi che potrebbero pubblicare un mio romanzo, avvoltoi figli di troia. Mi piace pensare che morirete anche voi.

Fare una rapina.

Ammazzare qualcuno.

Organizzare una truffa.

Rubare qualcosa di molto prezioso.

Mettere una bomba.

Sedurre una donna bellissima.

Vincere la lotteria.

Esistono una serie di azioni per uscire dalla routine e dalla quotidiana paranoia di vivere. Per non dire dalla mediocrità e dal l'impotenza. Ne esistono anche altre di soluzioni ma le prime che mi vengono in mente sono quelle, forse perché sono un criminale e uno squilibrato.

Potrei dire che il mio modo di pensare è pressoché questo se non avessi conosciuto la letteratura. Tralasciando Shakespeare e tutto il resto,  sorvolando sul problema dell'editoria che pubblica solo merda e mettendo da parte il destino infame, diventa ben poca cosa la mia esistenza. Eppure non ho avuto poco, anzi, a ripensarci sono saturo di emozioni e storia personale, tanto che potrei pure dire basta. Basta, grazie. 

Invece no. 

Sarà colpa della letteratura e dei sensi che ancora vivo e voglio proseguire nonostante il tedio. Potrei dire che abbiamo fin troppo tempo anche se la vita è breve. Ciò che è davvero breve è l'infanzia, la giovinezza semmai. Dopodiché inizia un mondo di ripetizioni dove, se si è come me, ci si arena nei pensieri. I fattivi invece fanno,  costruiscono, proseguono incessantemente e mettono su cose. Ci sono diversi tipi umani, non tutti uguali, e di solito quelli fingono di governare il mondo. Truffatori pieni di risorse,  costruttori, farabutti. 

Vabbè, non sono io. 

Io fino a ieri speravo di cambiare, maddai, non è possibile. 

Sono destinato alla putrefazione e a rompere i coglioni. Al massimo uno dei fattivi potrebbe dire: "Voglio usare la tua roba" e io potrei dire "Dai,  sì,  pagami e facciamola finita". Potrei sentirmi per mezz'ora qualcuno, poi tornerei alla realtà, cioè che sono un parolaio. 

Che volete? È natura.

Puoi chiedere a una rondine di non volare e a un lupo di non cacciare? No, appunto. 

L'unico vero sforzo che noi parolai dobbiamo fare è quello di osservare per bene, riflettere per bene,  studiare per bene e poi riversare ciò che abbiamo capito per bene. Altrimenti siamo parassiti. Ciò non toglie che una volta che abbiamo fatto tutto per bene poi nessuno ci consideri. Ma sapremo di averlo fatto come Dio comanda, nell'intimo. 

Per il resto fingeremo di essere come gli altri e di avere altri problemi. Ipocriti senza colpa. Di questa condizione me ne sono reso conto anni fa,  ho tentato di ignorare la cosa,  ora è un fatto.  Che sfortuna per certi aspetti,  che fortuna per altri. 

Spiegato questo che si fa? 

Ti inventi una storia e provi a camparci sopra. Magari qualcuno ti ascolta e magari non ti ammazza di botte.

Non avrò indietro il tempo vissuto e non sarò nelle foto con lei accanto ma finalmente ne sono consapevole, sveglio, sincero e posso piangere e ridere mentre tento di farmi comprare e spendere poi tutto in fiori per i miei sogni infranti e amori non vissuti ma mai abbandonati. 

mercoledì 18 maggio 2022

L'Amore di Corallo* cap. 6

 


Facevo passi indietro col pensiero, nei territori evanescenti della memoria, perché il presente era concreto di insoddisfazione e paranoia.
Era mattina, tenevo la tapparella della cucina quasi del tutto abbassata mentre saliva il caffè. Troppa luce bianca e arrogante per me appena sveglio.
Accumulare relazioni sentimentali, non adrenaliniche e singolari notti di sesso, ma anni di rapporti con donne differenti per finire sempre allo stesso modo. Non sposato, non padre, non accanto a una persona con cui costruire casa, riempire gli spazi vuoti o rifare insieme quelli sfatti. Quarant'anni.
Tornare a Eva era uno dei viaggi dell'anima a ritroso, che lei ogni tanto evocava scrivendomi per parlarmi dei sogni in cui io le comparivo. Eravamo in due a continuare a darci appuntamento in un altrove dove non esisteva il concetto di fine.
Poco prima di iniziare a frequentare l'attrice, Eva era tornata dopo anni di silenzio ed assenza perfetta. Anche se lei c'era sempre stata, in me, pietra miliare dell'amore. E nelle scatole con le nostre foto, oggetti, lettere conservate in un'anta della libreria.

- Ti perdono, nonostante quello che mi hai fatto, io ti perdono - mi aveva detto in un messaggio vocale.

E alla sua richiesta di rivederci nella realtà avevo detto no. Ed ero uscito con Clelia, forse perché quel suo intervento nel mio reale mi aveva creato repulsione e paura. Grottesco poi sentirla tanto vicina l'altra sera rientrando in casa come fossimo insieme. O forse no, niente affatto. È la conferma che l'amore si muove sfruttando le dinamiche della fisica quantistica.

- Non capisco dove cazzo vuoi arrivare - mi fa Corallo fumando una delle mie troppe sigarette.
- Mi rendo conto di essere legato indissolubilmente a tutte loro, a qualcuna di più, certo.
- Cosa importa, se poi con nessuna costruisci una relazione vera e stabile? Finché morte non vi separi etc.
- Immagino mi serva a fare ordine per essere pronto.
- Ma a cosa?
- A sopportare la mia imperfezione.
- Touche'.

Clelia mi rimproverava la lentezza, lei bramava cibo, vacanze e soldi. Non si è mai smentita, è una donna fatta in questo modo e la sua natura ha prevalso. Ma anche lei di tanto in tanto mi cerca, ricorda, chiede cosa io faccia e con chi. Anche lei non è immune dalle passeggiate nei territori evanescenti del passato. Forse chiunque si faccia prendere dalla malinconia e abbia il coraggio di scrivere all'altro per confessare questo peccato di cuore è degno di amore. Anche se poi torna dov'è ossia nel reale, nel quotidiano, nella materia e nelle sue meschinità.

- Nessuno sposa i poeti - mi fa notare Corallo.
- A meno che non siano affermati - rispondo.
- In quel caso sposerebbero la loro fama, non la loro poesia.
- Mm.

Faccio scorrere la giornata cercando di aumentare la mia mole di lavoro, leggendo Moravia e studiando antropologia.
Prima di cena esco in bici, l'aria è satura di pollini e insetti microscopici al tramonto. Nel laghetto delle papere, sulle sponde calde, tartarughe si espongono ancora un attimo al sole.
Dopo cena accendo l'aria condizionata, almeno per un po'. Se avessi del whisky lo berrei con ghiaccio. La Luna è ancora bella piena, prepotente e vasta.
La memoria serve a fare ordine. Scrivere serve a comprendere. Comunicare con gli altri serve a vivere. Qui non si tratta di fare l'apologia del ricordo sentimentalista per esercitare una pena su me stesso o su chi legge, con la speranza recondita di fare breccia in qualche cuore. Niente affatto. È una questione di cultura.

- Tu sei cambiato, fratello - mi dice Corallo sospettoso.
- È vero.
- Hai più autocontrollo, non lo nego, ma perché scrivi se non frutta nulla?
- È il mio stile, una maieutica col fine di imparare a pensare senza limiti.
- E poi?
- Qualcuno ne giova.
- Bah.

Sto studiando per l'ennesima strada professionale. Esattamente come tutti i miei amori passati, qualsiasi cosa io abbia intrapreso finora è finita a seccarsi senza pressoché dare frutti se non stagionali. Ho solo due costanti nella vita: cercare e aspettare. Un lavoro a cui dedicarmi pienamente o una donna con cui fare lo stesso, quelli sono i punti critici.

- Ho fatto un sogno tra sabato e domenica notte. Dirigevo una scena per un video, la troupe mi stava a sentire, ero pieno di forza ed entusiasmo, tutto era pronto. L'attrice protagonista, vedendomi così padrone del set, mi baciava sulla bocca, innamorata. Ricambiavo ma provavo imbarazzo perché la priorità era di finire di girare la scena. C'era una pistola a tamburo da qualche parte. La situazione cambiava, mi trovavo nel suo appartamento, lei era bella, bruna e stava in piedi al di là di un divano dietro cui mi accorgevo di essere nudo e intento a defecare. Emettevo suoni grotteschi, ero imbarazzato e inerme. Lei mi guardava ed io dissimulavo, dopodiché ammettevo di stare cagando, d'essere - anche - quello che lei vedeva: un sudicio uomo che espelle feci. Scrutando nei suoi occhi bruni cercavo di capire se continuasse ad amarmi anche così.
- Poesia, eh? - mi fa ironico Corallo.
- Verità - dico io - Non è l'amore che manca nel mondo, per quanto raro, è l'intenzione di mantenerlo in piedi che latita. Nutrire dei dubbi, di qualsiasi natura è ovvio, ma è altrettanto ovvio sperare che quella cosa nasca e perduri anziché seccarsi. Ci possono essere diverse motivazioni alla base di una coppia che resiste, non per forza nobili o gradevoli, anzi spesso indecenti e vigliacche. Ma deve accadere qualcosa di imperscrutabile per cui quelle condizioni si sviluppino al principio e poi restino nel tempo. Prima sputavo sull'ipocrisia degli amori senza amore, ora non più. Essermi rivelato incapace di mantenere le cose unite mi ha reso meno supponente. L'idea di inseguire costantemente la perfezione si è rivelata l'inganno di una cultura pericolosa e infantile. La ribellione serviva a smantellare il sistema precedente puntando all'utopia ma ora la ricerca di un'idea sovrumana ha perso il suo potere rivoluzionario.
- Cristo, però sei sconnesso. Sostieni tutto e il contrario di tutto, qual è il punto?
- Avevo paura di diventare pazzo - dico a Corallo preso da un'illuminazione messa assieme scrutando coincidenze.
- Che? - mi fa lui.
- Non sono rimasto con Eva non solo perché avevo voglia di fottermi e assaggiare tutte le possibilità che il mondo avrebbe potuto offrirmi se fossi stato coraggioso. Non l'ho sposata non solo perché non ero pronto alla routine ma perché sentivo che non avevo ancora sconfitto la mia follia. Cioè quella di mio padre e la mia assieme. Ero terrorizzato da poter diventare pazzo e violento.
- Ci siamo andati vicini, eh?
- Credo che mio padre lo avesse capito. Addirittura lui lo vedeva: percepiva che stessi partendo per la sua stessa strada a metà tra realtà e sogno. E che una struttura di vita inquadrata e ordinata mi avrebbe preservato dalla follia...
- Ti ha sempre detto che saresti finito sotto un ponte.
- Sì ma anche il contrario, che avrei conquistato il mondo.
- Bipolare.
- Il secondo punto che mi terrorizza, adesso, è di sentirmi spinto a fare le cose per farle e crearmi io stesso una gabbia di sicurezza dove fingermi al sicuro senza dover più indagare né ragionare.
- Sei stato troppo a secco in questi ultimi anni. E non parlo di sesso, perché quello non te l'ho mai fatto mancare.
- Già, abbiamo sempre avuto carne. A volte mi pare assurdo. Non sono nemmeno bellino come prima.
- Eppure è così.
- Sai cosa vorrei?
- Cosa?
- Avere tutto così chiaro in me da non dover più provare affanno. Agire istintivamente come una tigre pensante e consapevole. Fino a essere talmente lucido da essere d'aiuto addirittura agli altri.
- E perché dovresti?
- Perché è il terzo punto della mia vita: sono stato costretto a troppa solitudine.
- Stare con me non ti basta?
- Corallo, non offenderti, ma siamo stati fin troppo assieme io e te. Vorrei distribuirti un po' agli altri.
- Stai attento perché provoco anche effetti indesiderati.
- Ho imparato a gestirli.
- Convinto tu.

Sigaretta, mi sposto sul balcone, è mezzanotte.

domenica 15 maggio 2022

L'Amore di Corallo* cap. 5


Rientrando in casa, appendo le chiavi nel corridoio senza accendere la luce perché dal pianerottolo ne arriva un po', fioca e calda, mentre da fuori la Luna quasi piena inonda la cucina d'argento. Milano in strada stasera, senza sapere esattamente perché e che farci, sabato notte, si esce, con questa luna diventa frenetica la vita sui marciapiedi, nei cortili, locali, piazzette. L'aria è definitivamente estiva.

Ho dovuto seguire l'istinto e mi sono tirato fuori di casa anch'io, quel bagliore nel cielo era troppo potente.
Piegato sul serbatoio giallo della moto, passo Centrale, Loreto, viale Abruzzi verso sud e raggiungo gli altri. Gli altri è un concetto davvero esteso. Il locale ha un pergolato nel cortile del museo del fumetto, un simulacro alto tre metri, buffo, un dinosauro fatto con un calzino, e c'è un parchetto con la piscina per gli skate, bambini e genitori con addosso abiti colorati, l'atmosfera mi ricorda Barcellona.
Lego la moto, prima di scendere mi stavo dimenticando di abbassare il cavalletto. Questo plenilunio mi stona e frastorna.
Nel pomeriggio mi sono chiesto se sia vero che esistano vite ben inquadrate, nette nei contorni, definite strutturalmente. Che iniziano, vanno avanti su binari che raramente portano a deragliamenti o bivi fondamentali, per quanto qualche svolta ce l'abbiano pure loro. Vite razionali, matematiche, avvantaggiate dal punto di partenza per una serie di fattori sociali, culturali e semplicemente fortunate. Queste vite che hanno i loro affanni interni, anche mostruosi a volte, solo che dall'esterno non parrebbe mai.
E poi vite caotiche, irrazionali e non baciate dalla sorte fin dall'inizio. I cui protagonisti non sono mai da nessuna parte, sparpagliati, indecisi e in crisi costante. Guardando queste vite si vede un disegno a chiazze, spruzzi, linee e tratti interrotti.
I protagonisti di questo genere di esistenza hanno punti fermi interiori, studiano, cercano, soffrono e tentano di recuperare una rotta precisa. I protagonisti delle vite scientifiche devono avere a che fare con problemi psichici. Spesso si rassegnano o aggiustano quanto basta a non morire o impazzire. I protagonisti delle vite caotiche hanno mostri interni ed esterni, più esterni che li rendono preda di quelli interni.

Universalmente tutti lottano per sopravvivere.
Sopravvivere materialmente, punto primo. Sopravvivere emotivamente, punto secondo. Sopravvivere creativamente, punto terzo.
Se domani avessi tutto il pane del mondo risolverei un problema. Resterebbero gli altri due. Perché? È un'esigenza innata. Orgoglio e presunzione, un senso superiore per ciò che faccio. Che tipo di cultura è?
Mia nonna paterna, contadina del sud, fornaia, Maria, irrefrenabile, doveva fare. Non esisteva pausa nemmeno sotto il Sole meridionale, nonostante l'ignoranza, l'asprezza e il recente boom economico. Lei doveva fare per produrre risorse e senso sociale. Tanta fatica, poche complicazioni psicologiche, era simile a un piccolo animale con la pelliccia grigia. Eppure lei ha rappresentato il trauma dei propri figli e dei suoi nipoti. Anche nella semplicità si nasconde l'orrore.
Bevo una birra a 6 €., più tardi un'altra, un tizio col suv bianco non ha rispettato il rosso del controviale, il figlio di puttana, e quell'altro in moto ha dovuto inchiodare cadendo sull'asfalto per 9 metri e 40 centimetri.
Ambulanza, vigili urbani, luna quasi piena.
In periferia bande di ragazzini urlano e bestemmiano. Inizia davvero a fare caldo. Cristo.
Lascio spenta la luce del lampadario della cucina, spalanco il balcone, esco nel buio. Gli irrigatori automatici spruzzano acqua su erba corta e blu scuro, c'è odore di linfa che sale dal basso.
Ricordo quando in casa rientravo con lei, Eva, ed avevamo poco più di vent'anni. Accaldati, sbronzi, pronti a fare l'amore nonostante le condizioni. Rivedo noi due in quella stessa cucina e so che è successo eppure è un sogno. Com'è possibile sia accaduto e non è più così? Perché ci siamo amati se poi l'ho lasciata per perdermi nella smania di frequentare il mondo? E perché dopo vent'anni lei è qui accanto a me di notte, con la luna piena, se vive altrove, ha una figlia non mia e ciò che eravamo pare il riflesso di anime che vivono in un'altra dimensione?

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sabato 5 febbraio 2022

L'Amore di Corallo* cap. 2


- Lei, anche a distanza di anni posso dirlo con certezza, era la ragazza più stupida con cui fossi stato. Rappresentava quasi perfettamente l'esempio per cui quando si sa poco si crede di sapere tutto e di saperlo bene. Non che fosse priva di certi talenti, anzi. Era una discreta interprete teatrale, aveva la sua bellezza florida, morbida, e ci sapeva fare a letto. Aveva studiato qualcosa, visto qualcos'altro, ascoltato qui e là nozioni importanti e si potrebbe dire possedesse una cultura. Per quanto in tutti questi campi non fosse né perfetta né l'unica detentrice del sapere al mondo. Eppure provava per se stessa un'ammirazione fuori misura proprio in questi ambiti. Si credeva, a torto, completa. Per il resto, era più o meno consapevole d'avere anche dei limiti, come tutti, ma la sua sicumera prevaleva sulla consapevolezza. E questo la rendeva irrimediabilmente ignorante. Conoscendola e frequentandola, posso dire scioccamente arrogante.

- Eppure ci sei stato assieme almeno un paio d'anni.
- Già.
- L'avrei presa a calci in culo, anche se col sesso andavamo piuttosto d'accordo, tranne quando lo faceva diventare un dovere.
- Sì, lei pretendeva sempre tutto. Voleva costantemente di più. E credeva di meritarselo.
- Aveva avuto un sacco di amanti prima di noi. Bei ragazzi. Ne era fiera, ricordi?
- Certo. Ma non mi dava fastidio, non così tanto in fondo. Anche noi abbiamo questo tipo di narcisismo, no?
- Eccome.
- All'inizio, quando mi aveva parlato del suo passato promiscuo, di sesso a tre, di notti alla conquista di sconosciuti che riusciva sempre a farsi, di ex modelli, attori, cantanti, di gente che conoscevo anch'io, insomma, mi ero sentito scomodo.
- Mm, eppure era eccitante. Quanti ne aveva avuti? Glielo avevamo chiesto.
- Settantacinque, mi sembra.
- Sì, può essere.
- Ma non era quello a renderla una stupida. Era il modo così banale in cui pensava le cose, il manierismo stucchevole con cui ragionava credendo di trovare soluzioni geniali. Cristo, pensava di essere la prima al mondo ad aver pensato le cose. Quanto era stupida?
- Tanto, sì.
- Figlia di un operaio e di una impiegata, si credeva una principessa. Voleva essere trattata come tale. È stata quella che ha provato più di tutte a sminuirci, vero Corallo?
- Ci ha provato eccome. Pensava che così l'avremmo sfamata e accudita, servi suoi.
- Ma ci ha voluto bene.
- A modo suo, sì.
- Era così stupida però. Un'idealista da social network. Pretendeva di essere trattata da femmina anni '50 conservando un'indipendenza da donna dei 2000. Era assurda, Gesù.
- Ma ci sei stato.
- Sì. Ricordo ancora quando l'ho vista la prima volta. I suoi occhi, il contorno nero attorno alle iridi verdi. Mi è piaciuta subito. Ne sono stato attratto immediatamente. Ho sperato semplicemente fosse meno stupida.
- Magari.
- Era sciatta. Povera. Si credeva elegante.
- Ti ricordi il suo primo appartamento? Quello in zona naviglio Pavese?
- Certo, lo schifo. Lerciume ovunque, pareva non se ne rendesse conto. Anzi, sicuramente non se ne rendeva conto. E mi diceva "Sei tu che sei troppo ossessionato dalla pulizia", le rispondevo sempre che in casa sua temevo di prendere il colera.
- Era anche violenta e beveva troppo.
- Soprattutto all'inizio, sì. Ma lei ci portava fuori dal buio in cui eravamo finiti, Corallo. Ci faceva uscire di casa.
- Alle feste.
- Agli spettacoli, suoi e dei suoi compagni.
- Il problema è che dovevamo andare ad ogni suo maledetto spettacolo, anche se era sempre lo stesso repertorio.
- E si arrabbiava se andavamo da qualche altra parte.
- Certo, non aveva la patente e non guidava. E non aveva mai i soldi per un taxi. Voleva la portassimo avanti e indietro...
- Che volpe.
- Ma la cosa che non sopportavo era il suo dirsi innamorata e romantica, spirituale e aperta al sentimento mentre faceva ogni scelta sulla base di un calcolo materiale. Una materialista irriducibile ma troppo stupida per fare i calcoli giusti. Ma ridevamo anche tanto assieme. Giocavamo con le parole. E mi faceva sentire dolce, in fondo. Mi chiedeva costantemente aiuto quell'idiota, ne avevo bisogno. Da uomo, dico, avevo necessità di sentirmi utile a qualcosa in quel periodo, dopo Barcellona.
- Sì.
- E oggi mi scrive, mi parla di quell'altro, di quando litigano, di come fanno pace, dei suoi pregi, dei suoi difetti. Ha paura lui sia troppo grande per lei. Sta già facendo i calcoli in prospettiva di una decina d'anni.
- Quanti anni ha lei?
- Trentuno.
- Lui?
- Quarantatre.
- Si lamentava anche di te, che sei anche più giovane di quest'altro.
- Lei si lamentava di tutto. Tranne di quello che doveva davvero preoccuparla. Ma credo che quelle come lei debbano trovare un uomo cane, un debole, uno che le veneri. Oppure un narcisista che le superi. Il problema è che i narcisisti dopo un po' quelle come lei le scaricano...
- Come noi.
- Non è per narcisismo che ci siamo lasciati. La domanda è: perché non siamo rimasti assieme? Perché è finita? Che cosa ci ha fatto scegliere un'ipotesi diversa?
- Perché era stupida, lo hai già detto.
- Un sacco di gente sta con gente stupida come lei eppure la ama. Parlo di me, Corallo, perché ho colto quella possibilità di andare altrove?
- Perché ci disprezzava, perché ci sfiancava, perché non capiva nulla...
- No, non è per questo motivo che tra me e lei è finita. Si può restare insieme anche grazie al disprezzo, lo sai. Alcuni rapporti sono una estenuante lotta di nervi, una sfida d'orgoglio infinito...
- E allora perché?
- Aspetta un attimo. C'è anche da dire che soprattutto all'inizio con lei non sono stato sincero. Avevo in mente ancora Dì e dovevo sistemare un sacco di cose riguardo il fallimento col progetto che avevo creduto mi potesse far tornare al Cinema.
Senza contare mio padre, tutto il rancore che dovevo ancora ripulire. Capisci? Nelle relazioni amorose entra tanto passato irrisolto, ogni volta, da sistemare. E lei aveva fretta, voleva che mi dedicassi a risolvere lei e la sua vita. Pretendeva che fossi a posto, perché la mettessi a posto. Lei desiderava me in funzione di sé.
- Sì.
- E dov'era lo spazio per l'amore?

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