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domenica 28 agosto 2022

L'Amore di Corallo*, cap. 8

Pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti;

l’amore che volevo – lo dissero i tuoi occhi

sciupati e diffidenti – l’avevi tu da darmi.

Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;

compresero la pelle e il sangue.

Ma ci nascondemmo, tutti e due sconvolti.

Costantino Kavafis

Mi torturo guardando la foto che Eva ha messo sullo status di WhatsApp: lei, lui, loro figlia in braccio. Sorridono tutti. E io dove sono? Perché non sono presente al posto di quell'altro, che è sicuramente meno bello di me?

Non è capitato una sola volta di dover assistere allo spettacolo triste di lei, che avrei potuto amare ed essere suo compagno per la vita - finché morte non vi separi -, che dopo il mio forfait trova un altro uomo e concepisce ciò che sarebbe dovuto essere il nostro bambino o bambina. Avrei preferito una bambina.

Ma prima volevo trovare un me stesso che poi sono riuscito solamente ad abbozzare, e per costruire quello che sono oggi ho dovuto lasciare, abbandonare, mollare lungo la via tutte loro che oggi mi mancano e non penso possano essere sostituite mai. Non credo sia originale né autorevole scrivere ciò che ho appena scritto ma è la verità. Qualcuno si cerca così tanto e tenta con forza di farsi una struttura esterna che possa compensare il proprio dolore intimo che alla fine impiega ogni risorsa per mettere su un castello di carte traballante che poi crolla, dopodiché lascia rimorsi e una serie di stucchevoli "perché?" oltre alla consapevolezza di aver sbagliato tutto.

Immaginiamo che la maggioranza degli esseri umani faccia tentativi goffi per rendersi migliore di ciò che può realmente essere, impegnandosi allo spasimo a inseguire un'ideale versione di sé che non potrà raggiungere o,  se ci riesce,  non potrà mantenere a lungo, allora che cos'è l'umanità? Un ammasso di dilettanti che annaspa, spreca risorse,  compie azioni orribili e perde l'occasione di essere felice in maniera più semplice. Ambiziosi e disillusi, io sono tra loro. A noi hanno dato un temperamento e un carattere sfortunato, siamo doppiamente perdenti. E rendercene conto è il castigo finale.

Mi torturo e me lo merito.

Vivo nell'epoca in cui il lamento è letteratura,  è arte del se', è il personal branding, e soprattutto io so farlo meglio degli altri mediocri che però ricevono più likes,  in quanto mediocri per l'appunto. 

Nessuno avrebbe potuto fermarmi dalla corsa impazzita nella quale mi ero gettato. Né mio padre,  né Eva,  né nessuna dopo di lei. E se fossi riuscito a ottenere di più? Avrei guardato a quella foto di famiglia con ironia e disgusto snob? Probabilmente sì. E le lacrime di coccodrillo sarebbero arrivate più in là negli anni, in vecchiaia, perché successo e denaro possono anestetizzare ma non estinguere l'amore.

Se adesso avessi un cane almeno lo porterei fuori a fare un giro in questo paesino calmo della Sardegna del sud dove sono solo perché ho voluto restare solo per qualche giorno prima di tornare a Milano e rigettarmi nella nevrosi.  Ho una pallottola di cotone nell'orecchio destro in cui è entrata troppa acqua,  c'è un film di Woody Allen in tv e il ventilatore ronza e gira il capo da qui a là. So solamente scrivere cosa mi passa per la mente e leggere i libri di chi è più bravo di me. Inseguo sempre quell'idea che possa risarcirci di tanto malessere e scommetto che non lo saprò a breve. Sono pieno di malinconie e ricordi,  sperando qualcosa si sblocchi e mi dia la prova che Dio esiste anche per me. E traballanti passi mossi in infradito sulla sabbia calda di pomeriggi di fine estate.

Potrei far parlare Corallo adesso ma non me la sento.

I miei genitori,  i miei zii, il paese brutto e stupido che ho villeggiato per mesi in passato, la città, Salerno e il mare non balneabile, il sesso estivo che accadeva come temporali, il calore,  il sale, sorelle,  amici, erba,  stelle, macchine in viaggio da sud a nord,  tutto torna a me in un istante e sembra ieri e mille anni fa in un vortice di atomi e ricordi, mio Dio,  che cos'è la vita e cos'è l'umanità?

Accadono i fatti e volano via i giorni e non si fa in tempo a comprendere mai nulla o quasi ma se ne ha questa consapevolezza estenuante per cui si può scriverne: è devastante.

Questo però non riguarda le persone fattive. Loro non sono né sensibili né hanno tempo per riflettere, loro fanno e basta. Loro sono i carrarmati del mondo e lo distruggono passandoci sopra,  estraendo succo e sangue dalle masse che tentano di combinare qualcosa nella vita. Loro sono gli stessi che potrebbero pubblicare un mio romanzo, avvoltoi figli di troia. Mi piace pensare che morirete anche voi.

Fare una rapina.

Ammazzare qualcuno.

Organizzare una truffa.

Rubare qualcosa di molto prezioso.

Mettere una bomba.

Sedurre una donna bellissima.

Vincere la lotteria.

Esistono una serie di azioni per uscire dalla routine e dalla quotidiana paranoia di vivere. Per non dire dalla mediocrità e dal l'impotenza. Ne esistono anche altre di soluzioni ma le prime che mi vengono in mente sono quelle, forse perché sono un criminale e uno squilibrato.

Potrei dire che il mio modo di pensare è pressoché questo se non avessi conosciuto la letteratura. Tralasciando Shakespeare e tutto il resto,  sorvolando sul problema dell'editoria che pubblica solo merda e mettendo da parte il destino infame, diventa ben poca cosa la mia esistenza. Eppure non ho avuto poco, anzi, a ripensarci sono saturo di emozioni e storia personale, tanto che potrei pure dire basta. Basta, grazie. 

Invece no. 

Sarà colpa della letteratura e dei sensi che ancora vivo e voglio proseguire nonostante il tedio. Potrei dire che abbiamo fin troppo tempo anche se la vita è breve. Ciò che è davvero breve è l'infanzia, la giovinezza semmai. Dopodiché inizia un mondo di ripetizioni dove, se si è come me, ci si arena nei pensieri. I fattivi invece fanno,  costruiscono, proseguono incessantemente e mettono su cose. Ci sono diversi tipi umani, non tutti uguali, e di solito quelli fingono di governare il mondo. Truffatori pieni di risorse,  costruttori, farabutti. 

Vabbè, non sono io. 

Io fino a ieri speravo di cambiare, maddai, non è possibile. 

Sono destinato alla putrefazione e a rompere i coglioni. Al massimo uno dei fattivi potrebbe dire: "Voglio usare la tua roba" e io potrei dire "Dai,  sì,  pagami e facciamola finita". Potrei sentirmi per mezz'ora qualcuno, poi tornerei alla realtà, cioè che sono un parolaio. 

Che volete? È natura.

Puoi chiedere a una rondine di non volare e a un lupo di non cacciare? No, appunto. 

L'unico vero sforzo che noi parolai dobbiamo fare è quello di osservare per bene, riflettere per bene,  studiare per bene e poi riversare ciò che abbiamo capito per bene. Altrimenti siamo parassiti. Ciò non toglie che una volta che abbiamo fatto tutto per bene poi nessuno ci consideri. Ma sapremo di averlo fatto come Dio comanda, nell'intimo. 

Per il resto fingeremo di essere come gli altri e di avere altri problemi. Ipocriti senza colpa. Di questa condizione me ne sono reso conto anni fa,  ho tentato di ignorare la cosa,  ora è un fatto.  Che sfortuna per certi aspetti,  che fortuna per altri. 

Spiegato questo che si fa? 

Ti inventi una storia e provi a camparci sopra. Magari qualcuno ti ascolta e magari non ti ammazza di botte.

Non avrò indietro il tempo vissuto e non sarò nelle foto con lei accanto ma finalmente ne sono consapevole, sveglio, sincero e posso piangere e ridere mentre tento di farmi comprare e spendere poi tutto in fiori per i miei sogni infranti e amori non vissuti ma mai abbandonati. 

mercoledì 18 maggio 2022

L'Amore di Corallo* cap. 6

 


Facevo passi indietro col pensiero, nei territori evanescenti della memoria, perché il presente era concreto di insoddisfazione e paranoia.
Era mattina, tenevo la tapparella della cucina quasi del tutto abbassata mentre saliva il caffè. Troppa luce bianca e arrogante per me appena sveglio.
Accumulare relazioni sentimentali, non adrenaliniche e singolari notti di sesso, ma anni di rapporti con donne differenti per finire sempre allo stesso modo. Non sposato, non padre, non accanto a una persona con cui costruire casa, riempire gli spazi vuoti o rifare insieme quelli sfatti. Quarant'anni.
Tornare a Eva era uno dei viaggi dell'anima a ritroso, che lei ogni tanto evocava scrivendomi per parlarmi dei sogni in cui io le comparivo. Eravamo in due a continuare a darci appuntamento in un altrove dove non esisteva il concetto di fine.
Poco prima di iniziare a frequentare l'attrice, Eva era tornata dopo anni di silenzio ed assenza perfetta. Anche se lei c'era sempre stata, in me, pietra miliare dell'amore. E nelle scatole con le nostre foto, oggetti, lettere conservate in un'anta della libreria.

- Ti perdono, nonostante quello che mi hai fatto, io ti perdono - mi aveva detto in un messaggio vocale.

E alla sua richiesta di rivederci nella realtà avevo detto no. Ed ero uscito con Clelia, forse perché quel suo intervento nel mio reale mi aveva creato repulsione e paura. Grottesco poi sentirla tanto vicina l'altra sera rientrando in casa come fossimo insieme. O forse no, niente affatto. È la conferma che l'amore si muove sfruttando le dinamiche della fisica quantistica.

- Non capisco dove cazzo vuoi arrivare - mi fa Corallo fumando una delle mie troppe sigarette.
- Mi rendo conto di essere legato indissolubilmente a tutte loro, a qualcuna di più, certo.
- Cosa importa, se poi con nessuna costruisci una relazione vera e stabile? Finché morte non vi separi etc.
- Immagino mi serva a fare ordine per essere pronto.
- Ma a cosa?
- A sopportare la mia imperfezione.
- Touche'.

Clelia mi rimproverava la lentezza, lei bramava cibo, vacanze e soldi. Non si è mai smentita, è una donna fatta in questo modo e la sua natura ha prevalso. Ma anche lei di tanto in tanto mi cerca, ricorda, chiede cosa io faccia e con chi. Anche lei non è immune dalle passeggiate nei territori evanescenti del passato. Forse chiunque si faccia prendere dalla malinconia e abbia il coraggio di scrivere all'altro per confessare questo peccato di cuore è degno di amore. Anche se poi torna dov'è ossia nel reale, nel quotidiano, nella materia e nelle sue meschinità.

- Nessuno sposa i poeti - mi fa notare Corallo.
- A meno che non siano affermati - rispondo.
- In quel caso sposerebbero la loro fama, non la loro poesia.
- Mm.

Faccio scorrere la giornata cercando di aumentare la mia mole di lavoro, leggendo Moravia e studiando antropologia.
Prima di cena esco in bici, l'aria è satura di pollini e insetti microscopici al tramonto. Nel laghetto delle papere, sulle sponde calde, tartarughe si espongono ancora un attimo al sole.
Dopo cena accendo l'aria condizionata, almeno per un po'. Se avessi del whisky lo berrei con ghiaccio. La Luna è ancora bella piena, prepotente e vasta.
La memoria serve a fare ordine. Scrivere serve a comprendere. Comunicare con gli altri serve a vivere. Qui non si tratta di fare l'apologia del ricordo sentimentalista per esercitare una pena su me stesso o su chi legge, con la speranza recondita di fare breccia in qualche cuore. Niente affatto. È una questione di cultura.

- Tu sei cambiato, fratello - mi dice Corallo sospettoso.
- È vero.
- Hai più autocontrollo, non lo nego, ma perché scrivi se non frutta nulla?
- È il mio stile, una maieutica col fine di imparare a pensare senza limiti.
- E poi?
- Qualcuno ne giova.
- Bah.

Sto studiando per l'ennesima strada professionale. Esattamente come tutti i miei amori passati, qualsiasi cosa io abbia intrapreso finora è finita a seccarsi senza pressoché dare frutti se non stagionali. Ho solo due costanti nella vita: cercare e aspettare. Un lavoro a cui dedicarmi pienamente o una donna con cui fare lo stesso, quelli sono i punti critici.

- Ho fatto un sogno tra sabato e domenica notte. Dirigevo una scena per un video, la troupe mi stava a sentire, ero pieno di forza ed entusiasmo, tutto era pronto. L'attrice protagonista, vedendomi così padrone del set, mi baciava sulla bocca, innamorata. Ricambiavo ma provavo imbarazzo perché la priorità era di finire di girare la scena. C'era una pistola a tamburo da qualche parte. La situazione cambiava, mi trovavo nel suo appartamento, lei era bella, bruna e stava in piedi al di là di un divano dietro cui mi accorgevo di essere nudo e intento a defecare. Emettevo suoni grotteschi, ero imbarazzato e inerme. Lei mi guardava ed io dissimulavo, dopodiché ammettevo di stare cagando, d'essere - anche - quello che lei vedeva: un sudicio uomo che espelle feci. Scrutando nei suoi occhi bruni cercavo di capire se continuasse ad amarmi anche così.
- Poesia, eh? - mi fa ironico Corallo.
- Verità - dico io - Non è l'amore che manca nel mondo, per quanto raro, è l'intenzione di mantenerlo in piedi che latita. Nutrire dei dubbi, di qualsiasi natura è ovvio, ma è altrettanto ovvio sperare che quella cosa nasca e perduri anziché seccarsi. Ci possono essere diverse motivazioni alla base di una coppia che resiste, non per forza nobili o gradevoli, anzi spesso indecenti e vigliacche. Ma deve accadere qualcosa di imperscrutabile per cui quelle condizioni si sviluppino al principio e poi restino nel tempo. Prima sputavo sull'ipocrisia degli amori senza amore, ora non più. Essermi rivelato incapace di mantenere le cose unite mi ha reso meno supponente. L'idea di inseguire costantemente la perfezione si è rivelata l'inganno di una cultura pericolosa e infantile. La ribellione serviva a smantellare il sistema precedente puntando all'utopia ma ora la ricerca di un'idea sovrumana ha perso il suo potere rivoluzionario.
- Cristo, però sei sconnesso. Sostieni tutto e il contrario di tutto, qual è il punto?
- Avevo paura di diventare pazzo - dico a Corallo preso da un'illuminazione messa assieme scrutando coincidenze.
- Che? - mi fa lui.
- Non sono rimasto con Eva non solo perché avevo voglia di fottermi e assaggiare tutte le possibilità che il mondo avrebbe potuto offrirmi se fossi stato coraggioso. Non l'ho sposata non solo perché non ero pronto alla routine ma perché sentivo che non avevo ancora sconfitto la mia follia. Cioè quella di mio padre e la mia assieme. Ero terrorizzato da poter diventare pazzo e violento.
- Ci siamo andati vicini, eh?
- Credo che mio padre lo avesse capito. Addirittura lui lo vedeva: percepiva che stessi partendo per la sua stessa strada a metà tra realtà e sogno. E che una struttura di vita inquadrata e ordinata mi avrebbe preservato dalla follia...
- Ti ha sempre detto che saresti finito sotto un ponte.
- Sì ma anche il contrario, che avrei conquistato il mondo.
- Bipolare.
- Il secondo punto che mi terrorizza, adesso, è di sentirmi spinto a fare le cose per farle e crearmi io stesso una gabbia di sicurezza dove fingermi al sicuro senza dover più indagare né ragionare.
- Sei stato troppo a secco in questi ultimi anni. E non parlo di sesso, perché quello non te l'ho mai fatto mancare.
- Già, abbiamo sempre avuto carne. A volte mi pare assurdo. Non sono nemmeno bellino come prima.
- Eppure è così.
- Sai cosa vorrei?
- Cosa?
- Avere tutto così chiaro in me da non dover più provare affanno. Agire istintivamente come una tigre pensante e consapevole. Fino a essere talmente lucido da essere d'aiuto addirittura agli altri.
- E perché dovresti?
- Perché è il terzo punto della mia vita: sono stato costretto a troppa solitudine.
- Stare con me non ti basta?
- Corallo, non offenderti, ma siamo stati fin troppo assieme io e te. Vorrei distribuirti un po' agli altri.
- Stai attento perché provoco anche effetti indesiderati.
- Ho imparato a gestirli.
- Convinto tu.

Sigaretta, mi sposto sul balcone, è mezzanotte.

venerdì 13 maggio 2022

La Vita di Corallo*

 


In base a tutti gli errori del passato, come faccio a tornare al benessere?
Il passato è stato saturato dagli sbagli, praticamente tutto è stato corrotto e predisposto al male, tanto da far supporre solo un disastro finale. E ci sono quasi arrivato.
Poi ho frenato perché sono uno di quelli il cui orgoglio comprende l'amore e il rispetto per se stesso e gli altri. Uno di quelli la cui cultura è stata alimentata da concetti per cui vivere è difficile ma ne vale la pena. Sono uno di quelli per cui è meglio tentare tutte le strade possibili cercando, cercando, indagando il destino e i segni, perché ho investito tanto nella possibilità di far dialogare la mia natura col mondo.
Ma non ho aggiustato ancora tutte le cose. Mi sono chiesto tante volte se non ci fosse più nulla da fare, ineluttabilmente, ed è sempre rimasto un piccolissimo margine, uno solo, arduo. Se il passato non poteva essere cambiato, almeno il presente. Se ieri non c'era scampo, troppo odio si era accumulato nel tempo, forse oggi c'è un'altra speranza. Il libero arbitrio nel voler migliorare anziché lasciarsi andare alla deriva nel nulla.
Certo, la situazione deve essere chiara, limpida alla coscienza. Nessuna ombra su ciò che è stato prima. E credo di esserci arrivato, per quanto ancora osservo i simboli come in uno specchio che va oltre lo spazio-tempo.
Cosa posso fare ancora per aggiustare la storia? Forse non è una linea retta, l'esistenza, forse è un circolo. E cosa posso fare per procedere nella spirale, sapendo di non essere destinato per grazia divina a diventare qualcuno ma solo se mi ci impegno, studio, provo? Questa chiarezza è assieme entusiasmante e ferale. Alla fine potrei dire che, se riesco a essere me stesso, è per libero arbitrio. È una sicurezza, sotto questo aspetto. Se non sono destinato a qualcosa, come preferivo credere barando, allora a cosa?
I ching: 52, il monte sul monte.
Le cose non vanno bene quanto si vorrebbe andassero, per tante ragioni. Ognuno ha le sue. Certo, la vita è severa e non fa sconti. È la vita. Poi uno ci si mette, prova, si ingegna oppure si dispera. Spesso sbaglia complicando la cosa e si perde nella cosa stessa. Le storie invece trovano strade e soluzioni sempre creative, sacre, geniali. Il mondo parallelo alla vita è senza regole mediocri, solo favolose.
Resto fermo e aspetto.
La cosa per cui soffro di più: stare fermo.
Eppure non volevo diventare adulto e malato come temevo, e ci sono riuscito. Non volevo essere matto. Non lo sono, nonostante tutto. Una vittoria almeno l'ho ottenuta, no?
Ora che si fa?
Mi vengono incontro persone. Ogni giorno c'è qualcuno che mi cerca e non è per affari, lavoro, denaro. Quotidianamente c'è chi desidera parlare con me, come se io sapessi, come se io potessi fare chissà che. La vita come contatto con gli altri. Allora parliamo, mi raccontano, gli racconto. Ho imparato a tenere la distanza giusta, né troppo né poco, perché i rapporti sanno essere anche pericolosi.
Allora la smetto di pensare a cosa io non abbia e sono ciò che sono mentre intesso relazioni. Ascolto e spesso mi rivedo riflesso nei loro errori, affanni, tentativi e soprattutto dubbi. Io sono anche in chi ho davanti. Bisogna avere cultura ed esperienza per arrivarci. Mi accorgo di quanta poca attenzione c'è nel mondo, poiché sapremmo ipoteticamente già tutto ma lo ignoriamo. Distrazione e mancanza di serietà contraddistinguono la nostra società. Magari altrove meno, in altre culture diverse da questa.
Allora prendo appuntamento e vedo quella persona, poi sto per i fatti miei, mi ricarico, ne vedo un'altra. Sono donne, uomini, ragazzi, adulti, chiunque. Hanno idee simili alle mie, a volte completamente diverse, altre non lo sanno nemmeno loro. Qualcuno evolve nel tempo, altri restano gli stessi, si sfogano e basta, ricominciamo da capo il giorno appresso. E se in passato mi sentivo svuotato ora mi arricchisco e ne vorrei di più, dare appuntamento a chiunque. Scambiare parole e luoghi d'incontro, là, in città, fuori, in periferia, di mattina, pomeriggio o sera. Così gli incontri hanno luci e ambientazioni diverse, è già letteratura rendermene conto.
Dialogando con loro, oltre me stesso, rivedo persone del passato e le vite che avevo iniziato anche a dimenticare. In quello c'è mio zio da ragazzino, in quella una compagna di classe delle elementari, in uno mio padre a quarant'anni, in un'altra mia sorella prima di diventare madre. E così, via, via, riflessi di riflessi, echi di echi di esistenze.
Se non avessi fatto questo percorso tortuoso e lento e inconcludente, non me ne sarei accorto. Bisogna avere una certa sorte per arrivare a questa condizione d'altronde.
Ognuno ama un film, una poesia, una canzone, me la riferisce e io la cerco, quindi incorporo ciò che loro sentono. E se l'educazione fosse questa, saremmo già evoluti.
È servito tanto silenzio e cura nel farmi a pezzi.
È come io percepisco il mondo e l'effetto che questo mio sentire ha fuori di me ciò che io sono realmente.

.

Ho provato tante strade. Non me ne s'è aperta una. A parte quella di raccontare cos'è successo. Ho imparato tante cose, ho capito l'esistenza per come è e per come fa soffrire ma non ho inteso come risolverla, a parte respirando lentamente e riflettendo sostando tutto su un piano superiore.
Ho ancora il timore di essere spacciato e che nessuno mi potrà mai aiutare, condannato e abbandonato come milioni di persone uguali a me. Ho la remota speranza che qualcosa possa accadere, in passato è successo, ma è remota come vincere alla lotteria.
Sono riuscito ad arrivare dove temevo e spero di non dover andare oltre, perché ci sarebbe molto peggio, purtroppo.
Le ho tentate praticamente tutte. Ho fatto il male, Signore? Ho commesso errori, senz'altro, ma ormai siamo in una zona in cui il passato non c'entra più, siamo in un presente arido e senza appigli, sopravvivenza da equilibrista.
Non mi sto piangendo addosso, è che non ho quasi niente da fare a parte sperare, raccontare e immaginare. Siamo in un mondo organizzato davvero male. Dopodiché noi, come esseri siamo così fragili. Un disastro. È ovvio che io preferisca stare bene che male. Sono malato senza esserlo.
Ho delle aspettative e anche delle pretese che definirei legittime. Eppure ciò che sento e voglio non è detto sia giusto né plausibile per il mondo. Posso desiderare senza riscontro, sono libero di farlo certamente.
Se potessi maturare e sbocciare, adesso, e non nel senso di morte, nel senso di completezza del sapere, che meraviglia sarebbe. Compiuto, giunto al termine dell'espansione necessaria, nel bene e nel male, senza più dubbi, pratico, modesto anche nell'accettare i limiti, sarei quasi perfetto. Vorrei sbocciare e passare gli anni che mi restano come un fiore aperto e buono, dopodiché appassire del tutto e finalmente morire.
Ho fretta? Perché? Per vivere senza fare danni. Tutta questa imprecisione nella quale siamo immersi, mio Dio, è un caos snervante se se ne ha un po' di consapevolezza. È assurdo. Viviamo nell'assurdo e ci cresciamo dentro convincendoci ogni volta di aver capito tutto. Ma tutto ci sfugge dalle mani dopo poco. Allora sarebbe meglio aprirsi al sapere definitivo, nonostante si scoprisse anche la parte peggiore, vivere senza più illusioni.
Fino a ieri mi sentivo furbo e speciale. Soprattutto mi sentivo superiore. Eppure le cose giuste che so oggi le ho sempre sapute, ho solo fatto finta di dimenticarle. Spinto da sete, orgoglio e destino assieme. La donna russa che mi aveva letto la mano lo aveva predetto.
Adesso.
Tutto è compiuto.
So ancora cosa mi piacerebbe fare. Raccontare, partecipare alle storie, alle tecniche. C'è chi fa e c'è chi racconta.
Come uomo, per ciò che ho fatto, visto e vissuto mi vergogno. L'iniquità di cui sono stato testimone e anche protagonista mi disgusta. Ho apprezzato lo schifo senza rendermene conto, inebetito dalla mia stessa cultura.
La condizione umana è estremamente parziale e fragile. Non è da tutti rendersene conto. Permettiamo e perpretiamo violenza anche mentre ci sforziamo di fare il contrario. Ci muoviamo a branchi affamati e quando siamo sazi ci sentiamo Dio. Sbagliamo di continuo tranne quando ci fermiamo. E stando fermi, senza per questo farci schiacciare, provare a vivere come fiori sbocciati e mossi dal vento. Connessi alle radici, spargendo polline, rivolti al sole di giorno, alle stelle di notte.

Nessuna poesia può spiegare la vita ma ogni poesia può avvicinarsi a darle un senso. Sono frammenti di esistenza, come noi d'altronde, ognuno per sé eppure uniti al tutto. Siamo atomi singoli ma non irrimediabilmente dispersi. Ci apparteniamo e lo sappiamo, come quando osservando gli animali di un ecosistema ne comprendiamo le interconnessioni e le dinamiche che assomigliano al rispetto reciproco anche mentre si sbranano. C'è chi obietta che l'essere umano è il più crudele tra gli animali, che sarebbe capace di distruggere tutto. No,  dico di no. Egoisti lo siamo senz'altro,  pazzi e violenti, manipolatori e assassini,  infami, stupidi e presuntuosi però  non possiamo fare a meno l'uno dell'altro. 

Andiamo avanti sbagliando e pieni di sensi di colpa, vorremmo smettere di soffrire, ci proviamo perlomeno. 

Idioti convinti di saper pensare, teneri, noi sappiamo quanto in realtà siamo fragili ma dobbiamo pur tentare. 

Ogni cosa che vedo a parte la Natura e tranne rarissimi esempi di ingegno umano, è pressoché merda. Non sono superbo, sono sincero. Mi commuove pensare alla nostra bellezza ingenua e inconsapevole, lo giuro. 

A questo punto dovrei compiere un reato oppure un delitto per compensare l'amore che sento per l'umanità, perché appena inizi a tollerarla quella ti accoltella, purtroppo. Umanità che è troppo stupida per fermarsi e tentare di rimediare invece di continuare fino al disastro e poi piangere. Qualsiasi cosa sia è sicuro sarà sbagliata nel 99% dei casi. Ridicolo. Eppure così viviamo noi. È la nostra condizione.

E io? 

Che c'entra,  io ho capito pressoché tutto,  non faccio testo essendo un'eccezione. Non stiamo parlando di me. Io vado avanti perché posso. E questo è davvero tutto un altro discorso. 

Voi dovreste svegliarvi semmai e smettere di fare cazzate, di presumere anche solamente di capire qualcosa che non sia la merda di cui parlavamo prima. E capendolo dovreste disperarvi e poi ridere a lungo. Dopodiché,  ognuno consapevole di ciò,  dovreste pregare Dio per esservi salvati appena in tempo. 

Non lo farete. 

E vi starò a guardare amandovi ugualmente e disprezzandovi al contempo. Non è totalmente colpa vostra,  siete come ragazzini e in passato vi assomigliavo molto anche io. Stronzi. 

sabato 15 gennaio 2022

Le goleador

 

Avrei voluto inventare le goleador.
Una di quelle cose che sono buone sempre, a cui non dici di no, che se le senti nominare ti ricordano il passato, "Oh, le goleador, le mangiavo anch'io", che costano pochi centesimi e che trovi ancora nonostante sia passato il tempo.
Avrei voluto essere uno di quelli che creavano qualcosa che restasse e di cui si continuasse a sentire la voglia perché era semplice, funzionale, giusta.
Un po' come per il design di certi prodotti che risultano perfetti, a cui non si potrebbe aggiungere né togliere nulla per migliorarli.
Immagino sia a causa della fallacia della nostra esistenza che si senta questo desiderio di esattezza, tipico dei geni, raggiungibile solo da pochi. Arrivare alla precisione che solo in Natura si trova senza sforzo, al contrario dell'ingegno umano, quasi sempre viziato e corrotto, arrogante.
Avrei voluto andare in giro per il mondo, sorridendo sornione, per vedere negozi e negozietti in cui si vendevano le mie goleador, a New York, Singapore, in Malawi, Olanda, Svezia, Australia e Giappone, le facce della gente.
Sarei stato un caramellaio fortunato e avrei comprato una barca chiamata ironicamente Rossana.

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