domenica 26 luglio 2020

IL “METODO MURGIA”


IL “METODO MURGIA”: trattare chi non la pensa come te come un nemico da abbattere, per attirare l'attenzione, accedere al successo, titillare l'ego, di Paolo Ferrucci

Michela Murgia


Posted On Luglio 20, 2020, 9:49 Am 
(http://www.pangea.news/metodo-murgia-ferrucci/?fbclid=IwAR2CRkdQMFCgCNShM4Az4OSbG6V4MKB_PsPHfkUlen-7efz6pajQHKu4fBc)


«FINALMENTE UN HATER. ORA SEI DAVVERO CONSACRATA. NON PRIMA» (MICHELA MURGIA SU FACEBOOK, MARZO 2017).

Già qui diventano chiari i primi elementi del murgia-pensiero. Uno: parlare male di un libro significa odiare il suo autore o la sua autrice. Infatti, nel noto spazio televisivo assegnatole nella trasmissione della Rai “Quante Storie”, Michela Murgia ha saputo trasformare la “nobile arte” della stroncatura – che vanta una lunga tradizione – in un’arte ignobile, rozza, esercitata davanti alla telecamera con irrisione e malcelato compiacimento, col piglio e cipiglio beffardo di chi scredita l’avversario tenendo gli occhi piccoli appena deviati per leggere il gobbo. Uno spettacolo posticcio, ingessato nelle scalette della finzione televisiva, in cui l’odio per lo stroncato si recita davanti a un pubblico, e in cui nemmeno la Murgia sembra essere completamente a suo agio. Due: l’odio che viene sparso in Rete dagli haters, un fenomeno che si è sempre voluto combattere e debellare per il benessere della collettività, per Michela Murgia diventa invece un segno di distinzione, un alimento, diventa ciò che serve per essere “consacrati”. Per lei, attrarre il tanto temuto hate speech diventa non solo utile, ma necessario per potersi fare strada, per acquisire e accrescere credito, per aumentare le proprie quotazioni. Con le sue ricorrenti esternazioni Michela Murgia lo suscita, l’hate speech, lo cerca, lo alimenta, richiama apposta gli odiatori, perché è con essi che si nutre, per poterne capitalizzare l’azione e trasformarla in moneta di scambio, aspettando il momento opportuno per passare all’incasso e fare carriera. E poiché è necessario avere odiatori per poter costruire una strada di successo e di visibilità, ecco che si concretizza il concetto tipicamente fascista di “molti nemici, molto onore”.

*
Il vero tuffo nell’arena di Michela Murgia risale a dieci anni fa, quando la giovane Silvia Avallone si classificò seconda al premio Strega e vinse il premio Campiello Opera Prima con il romanzo Acciaio. Fu sul palco del Campiello che Bruno Vespa – sconvolto dalla scollatura profondissima dell’abito bianco della Avallone – si lasciò andare ad apprezzamenti lubrichi e a qualche accenno di palpeggiamento, suscitando le ire di chi era già pronta a fare carriera e a passare davanti a tutti. Secondo il Corriere della Sera, infatti, l’uscita di Vespa “non è affatto piaciuta a Michela Murgia, la scrittrice che ha trionfato al Campiello con il romanzo «Accabadora». Fatto sta che, calato il sipario, il giorno dopo si accendono altri riflettori. Con una dichiarazione, secca, riportata da un’agenzia di stampa, della tosta Michela: «Vespa non mi è piaciuto. Il suo comportamento verso la Avallone e gli apprezzamenti sono stati di cattivo gusto. Se li avesse fatti a me, avrebbe avuto la risposta che si meritava». Commento a caldo? Neanche per idea. La Murgia, appena atterrata nella sua Sardegna, risponde al telefono e rincara la dose: «Quando c’è di mezzo una donna, si va sempre a parare sul corpo. Non importa la sua intelligenza, non importa se viene festeggiata, premiata, perché ha scritto un libro importante. Tutto si svilisce, si riduce alla carne». Quindi, aggiunge alcuni dettagli sull’episodio. «Ho sentito bene le parole di Vespa – racconta – che ha perfino invitato la regia ad inquadrare il bel decolleté di Silvia. Inqualificabile. Io e Gad Lerner abbiamo incrociato gli sguardi, sbalorditi»”.
*

Era il 2010 e la “tosta Michela” già ci dava dentro, affinandosi fino a diventare una maestra ineguagliabile, al punto che oggi ogni sua provocazione suscita giorni di discussioni, di scontri, di recriminazioni, di veleni, per la gioia del suo ego e delle sue tasche. Tralasciando ogni osservazione sul bellicoso «Se li avesse fatti a me, avrebbe avuto la risposta che si meritava», o sul raccapricciante «Io e Gad Lerner abbiamo incrociato gli sguardi», cerchiamo di focalizzare alcuni punti. È ormai chiaro che l’obiettivo principale dell’operato di Michela Murgia è di acquisire popolarità e consolidarla, per scalare posizioni e ottenere i conseguenti spazi di carriera e di potere, che alla fine, soprattutto nell’ultimo anno, sono arrivati. La sua caratteristica principale è anche il suo punto di forza: riempire di sé ogni ambiente in cui si trova, che sia una stanza o uno spazio virtuale, anche nelle interviste riportate sui giornali o nelle presenze in video, annullando ogni altra figura intorno, a cominciare da quella dell’intervistatore o intervistatrice. Quando entra in scena c’è posto solo per lei, e molte sue affermazioni sono scelte e finalizzate a suscitare polemiche, indignazione, rabbia, in modo da attrarre su sé tutta l’attenzione disponibile. Poiché le altre figure spariscono, tutto si concentra sulle conseguenze delle sue sparate e si perde la cognizione del resto, ottenendo così l’effetto voluto.

*
In una recente conversazione trasmessa in Rete durante la pandemia, ad esempio, Michela Murgia ha pensato bene di dire cose che avrebbero fatto infuriare buona parte del pubblico, affermazioni dirette e offensive, non solo irriverenti, ma irridenti e sprezzanti, liquidatorie, rivolte a bersagli deboli che nemmeno si sarebbero potuti difendere: i testi delle musiche di Franco Battiato sono «minchiate»; coltivare oggi la musica lirica è inutile e non ha più senso. Questo espediente così rozzo e diretto, così proditorio e immorale, ha ottenuto l’effetto cercato: grandi discussioni si sono scatenate e inseguite per giorni in Rete e sulla stampa, con al centro la figura pervasiva, detestata e adorata di Michela Murgia, mentre il resto di quella conversazione perdeva senso e significato, con la figura dell’intervistatrice che si riduceva a un ectoplasma di cui non ci si ricorda né il volto né il nome.
*
Queste tattiche rientrano in una strategia nota, tipica di ciò che viene definito “populismo di sinistra”: dividere, estremizzare le posizioni, inasprire il conflitto, alimentare il caos, mantenere un’incompatibilità e un’incomunicabilità permanenti, che sole possono giustificare il proprio primato di aggressione; non contemplare, anzi impedire una composizione costruttiva delle divergenze; imporre la propria posizione come quella giusta, l’unica a esser degna di tutela, contro tutte le altre. Un esempio elementare di questo meccanismo è offerto dalla lite in diretta tv avvenuta in un talk show lo scorso novembre. Durante un acceso dibattito su discriminazione e razzismo nelle nostre città, un personaggio di orientamento destrorso polemizza con una giornalista in studio in un modo aggressivo che non piace al noto vignettista Vauro, il quale balza dalla sedia e va a piantarsi di fronte al personaggio urlandogli in faccia «Sei un fascio di merda!»: ne segue un accenno di parapiglia, in cui il conduttore interviene per evitare lo scontro fisico. Tutta l’attenzione e l’emotività del pubblico viene risucchiata verso i due contendenti, la giornalista che stava discutendo viene letteralmente oscurata, e nei giorni seguenti tutti i media martellano sull’episodio epicizzando lo scontro virile fra l’aggressore fascista e il difensore dell’onore della donna, che nel frattempo è stata eliminata dalla scena, al punto che quasi nessuno ricorda il suo nome e nemmeno perché fosse lì. Successivamente, oltretutto, pare che i due “omaccioni” abbiano ricomposto la contesa a tarallucci e vino: una rappresentazione quasi plastica di cosa può diventare l’esercizio patriarcale della sinistra populista, con l’invincibile esibizione narcisistica – e sostanzialmente malata – del proprio ego.
*
Allo stesso modo, in qualsiasi confronto è Michela Murgia a stabilire le regole d’ingaggio, è lei che conduce il dibattito verso la messa in difficoltà e l’umiliazione di qualsiasi avversario, che per lei diventa spesso nemico, non una persona con cui ragionare, ma una figura da abbattere e da finire quando è a terra. Il tutto alimentato dall’indispensabile protagonismo da copertina, protagonismo da schermo tv, protagonismo da esposizione social, protagonismo da agone politico. In pratica, tutti i campi che si possono battere vengono battuti, lasciando in second’ordine l’interesse del pubblico. Fino ad arrivare alla beffa ordita insieme al direttore dell’Espresso, Marco Damilano, col quale ha inventato la trappola del cosiddetto “fascistometro”: una specie di test con una lunghissima serie di domande che portava invariabilmente – qualsiasi fosse stata la compilazione – a definire fascista anche solo in nuce chiunque vi si fosse sottoposto. Una trovata essenzialmente idiota, ma presentata con sussiego e supportata dal connivente editore Einaudi, creata per far discutere, per indignare, per far litigare, per suscitare odio, per mettere come sempre Michela Murgia al centro dell’attenzione e far vendere l’instant-book.
*
I maligni sostengono che Michela Murgia abbia in odio anche le ragazze molto magre, perché incarnerebbero una forma femminile a cui lei non potrebbe mai arrivare. Non siamo d’accordo: non crediamo che un’intellettuale tanto scaltra possa essere vittima di una simile trappola cognitiva. Ma fatichiamo a capire il perché di tanto livore, quando attaccò violentemente la copertina della rivista femminile Marie Claire, che raffigurava una ragazza molto magra con l’espressione triste, dichiarando il suo “disgusto” per “una simile idea di donna”, contro la quale bisognava “reagire sul serio e tutte insieme”. Qui l’errore è tutto concettuale: come si fa a definire disgustosa un’intera fetta della popolazione femminile, che ha uguale diritto a veder rispettata la propria dignità, una parte della quale potrebbe anche subire la propria magrezza senza desiderarla, o esserne vittima e lottare per uscirne? Come si può incitare a “reagire tutte insieme” contro un’immagine che non lede nessun diritto, visto che il problema dell’anoressia non nasce da ciò che mostrano le copertine, ma da ben altro? E quel “tutte insieme” cosa può significare, se non il tentativo di vietare le immagini di ragazze “troppo” magre, come in un regime totalitario? Noi non ci sogniamo nemmeno di definire “disgustosa” l’immagine sovrappeso di molte donne, che può dare gioie ma può dare anche dolori e nuocere alla salute. Il fattore estetico non può essere soggetto a giudizio in quel modo: Murgia sembra voler imporre una contro-estetica “buona” in cui la carne deve rimpolpare bene il corpo, sintetizzata dalla sua presenza scenica nello studio televisivo delle stroncature, dove però non ci è sembrata molto sicura, forse per la consapevolezza di non riuscire a “bucare” il video come faceva Alessandro Baricco ai tempi d’oro di Pickwick, e forse per la carenza di quell’alone d’ironia e di senso dell’umorismo che sono necessari per svolgere certi ruoli. Il metodo giudicante, i toni malcelatamente sprezzanti, la pesantezza del procedere fanno pensare più a un comitato di salute pubblica che a un dialogo generoso con i lettori.
*
Non resta che concludere con una citazione di Milan Kundera a colloquio con Philip Roth nel 1980, offerta da Marco Ciriello: «Ho scoperto il valore dell’umorismo nel periodo del terrore stalinista. Avevo vent’anni, e riuscivo sempre a riconoscere le persone che non erano staliniste, le persone che non dovevo temere, dal modo in cui sorridevano. Il senso dell’umorismo era un segno di riconoscimento affidabile».

Paolo Ferrucci

Il potere del corpo femminile

Mario De Biasi fotografa Moria Orfei a piazzale Loreto, Milano, 1954

Mario De Biasi fotografa Moira Orfei a Milano, piazzale Loreto, 1954.
.
Lei di spalle, il mondo davanti.
Mi ricorda la foto della donna nuda, a gambe aperte, ribattezzata "Naked Athena" davanti alla polizia americana di Portland durante gli scontri per il #blacklivesmatter.
Il punto di vista è il nostro mentre osserviamo da dietro il potere del corpo femminile contro la massa sbigottita proprio da quel corpo.
Non vediamo lei ma comprendiamo l'effetto che fa.
Lei, rivoluzionaria, ci volta le spalle e ci invita a seguirla anziché porsi di fronte a noi con pretesa di protagonismo.
Lei è il contrario del modello social, influencer, web, politico, televisivo, e per questo è davvero forte.


Nelson Corallo
.
«L’uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è. È allora che va creato artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica».
Pier Paolo Pasolini

.
Tlon

(https://www.facebook.com/associazionetlon/photos/a.514498342022933/1810464352426319/?type=3&theater)

Ha suscitato molto entusiasmo la donna ribattezzata "Naked Athena" che, durante le proteste di Black Lives Matter a Portland, si è spogliata completamente per poi sedersi a terra e mostrare alle forze dell'ordine la potenza del corpo nudo.
Si è riconosciuto in questo gesto quello dell'anasyrma, ossia l'evocazione numinosa dei genitali femminili che nei riti e nell'arte sconvolge e rigenera l'ordine. 
Per questa ragione la foto della donna nuda seduta a gambe spalancate ha viaggiato di bacheca in bacheca, come fosse l'altra parte de L'Origine del Mondo di Courbet, ma c’è una differenza sostanziale.
Se nel caso della vulva dipinta nel quadro lo spettatore principale è chi osserva, in quello della Naked Athena gli spettatori principali sono i poliziotti sfocati sul fondo, non noi che guardiamo la foto.
Un atto di quel genere ha lo scopo di creare spaesamento, di far emergere il perturbante, il ritorno del rimosso, l'unheimlich freudiano per il quale nel mondo contemporaneo non c’è spazio. Per questo è stato un atto poetico e politico significativo nei confronti degli uomini in divisa, schierati in difesa della supremazia, della forza e della differenza. Ma noi non l’abbiamo davvero visto.
Non abbiamo subìto direttamente l'anasyrma, ne abbiamo immaginato l'effetto sugli altri. Se Perseo osservava Medusa dallo scudo specchiato, così noi abbiamo guardato Naked Athena di spalle, e ci siamo sentiti tutelati e protetti dalla dea perché il gesto apotropaico era rivolto altrove e non verso di noi. La dea è dalla nostra parte, ma il male che allontana è quello degli altri, non il nostro.
Bisogna sempre fare attenzione a non rendere assolutorio quello che crea spaesamento e rottura delle convenzioni, perché è inutile pensare di essere quelli buoni, quelli che hanno capito. Se viviamo immersi in questo sistema sociale c’è sempre una parte di noi da spaesare e da smascherare, ma se ci limitiamo a usare quell'immagine come spauracchio contro i nemici la depotenziamo, prendendone soltanto la parte più comoda: quella che non ci riguarda.
Anche il nostro sguardo ha bisogno di essere sconvolto. Bisogna imparare a combattere, innanzitutto contro se stessi.

venerdì 19 giugno 2020

Poesie N.

broken isn't bad
"cocaine and stars"

"Nulla può superare la futilità della nostra esistenza se non la follia delle nostre ambizioni", Oliver Goldsmith

N.1


Mio padre non voleva che io bevessi o fumassi.
Lui fumava e beveva.
Allora ho bevuto e fumato.
Mio padre mi proibiva tante cose che lui faceva.
Nessun insegnamento ho imparato, fino a quando non l'ho accettato.


N.2

Mio padre diceva
alle storie
non credere.
E non avere fiducia nel mondo.
Alle storie credevo,
un po' di fiducia
l'avevo.
Mio padre
s'era dimenticato
che di un cavallo bianco
mi aveva parlato,
quando ero ancora piccolo,
quando era ancora lucido.
È una vicenda
di un tempo passato,
è una questione
che ormai ho superato.
Prima che il mondo,
da bello a prigione,
proprio a mio padre
desse ragione.


-

La differenza
tra essere giovani e non esserlo, 
in amore,
questo io penso,
è nel crearsi milioni di attese,
dubbi,
tempi folli,
per fare o non fare una telefonata,
mandare quel messaggio,
dichiararsi o fingersi indifferenti,
dilatare lo spazio
per un bacio
agognato,
per poi rovinare tutto,
comunque.
Questo accade quando si è giovani,
in amore.
Quando non lo si è più, invece,
senza perder tempo
si manda a puttane tutto.
E poi,
lentamente,
si ripara.


N.3

Mio padre diceva
non andare a donne
ma
trovane una,
cercala giovane,
crescila bene.
Sono andato a donne,
ne ho avute tante,
ero arrogante,
e sono loro
che mi hanno cresciuto.
Ho avuto mille amori,
nemmeno uno è stato una gabbia.
Ho dato un milione di baci,
neppure uno
è stato di rabbia.
Ho avuto tante donne,
a tante mi sono dato,
neanche una era
come mio padre diceva.



broken isn't bad
"ass, flowers, love, moon"
N.4

Alla fine di una giornata
votata a votare,
perché democrazia
è
partecipare,
nella mia mente
resta
un solo pensiero.
Oltre le masse,
la storia dei vinti,
i tiranni,
le sorti di genti,
vaganti nel mare,
dispersi in città,
ciascuno convinto
la fine verrà,
anche mio padre sarebbe d'accordo:
esprimi il tuo voto
e poi ama,
fino alla fine del giorno.
E fallo anche porno.


---

Non più likes su Instagram.
L'assenza di numeri pubblici sotto le foto incoraggia la qualità degli autori e reprime le manie di grandezza di personaggi di dubbio gusto.
A volte è necessario eliminare il conteggio burocratico affinché si diventi liberi e creativi, forse sinceri.
Estenderei la scomparsa dei likes anche, e soprattutto, ai profili politici. Anzi chiuderei i loro account privati per aprire solo canali ufficiali.
Intanto anche Facebook e Twitter dovrebbero procedere nella stessa direzione, affinché la nevrosi da "mi piace" svanisse del tutto.
Vale ancora il detto "balla come se nessuno ti stesse guardando". 
Balla e basta.



Cosa stai diventando, Milano?

pulp brother collage

Cosa stai diventando, Milano?
Proibisci, recludi, abbatti e ti arrabbi per niente.
Milano persona,
che svela se stessa peggiore.
Dopo anni.
Hai finto i tuoi orgasmi?
Digital, smart, fake.
Città.
Metropoli.
Bella in foto.
Invidia di vetroresina e cemento, lavoro precario, aperitivo scadente, tram.
Bella ancora 
nei posti dove non si va mai.
Riveli un volto crudele e ipocrita, Milano.
Cosa stai diventando?
Siamo nati qui,
radici del sud, 
meridione, 
terrone.
Sciocca Milano.
Orgoglio e vanità di pianura padana.
Un amore di Buzzati
che diventa amaro,
pubblicità sui palazzi.
Periferia,
Rozzano,
Bruzzano,
Milano.
Che eri antifascista,
operaia,
fiera del mobile,
arte e moda,
la prima alla Scala.
Non si fa musica
adesso,
provincia d'Europa, superbia.
E nemmeno la nebbia,
mentre serri i locali,
le bici sul treno le togli,
t'indigni e ci volti le spalle,
Milano,
giù dai Navigli,
si vede l'errore,
ricopre la spocchia del tuo nome.
Nemmeno la nebbia.

domenica 14 giugno 2020

Indro Montanelli, resti sporco.


Quando venne abolita la schiavitù in America, non venne eliminato il razzismo.
Infatti ancora oggi quella società ne è pervasa, e la nostra anche. Ma il diritto, nominalmente, non prevede il razzismo. Così come la legge occidentale non prevede il sessismo, l'omofobia e il fascismo. Eppure la società ne è permeata lo stesso.
Non è abolendo un simbolo che si guarisce una psiche collettiva. Nessuno ha demolito Auschwitz proprio perché ne restasse la memoria dell'orrore.
Quindi a me sta bene che la statua di Indro Montanelli rimanga dov'è, ma perennemente imbrattata.
Era un uomo bianco, colonialista, maschilista, sufficientemente acculturato da capire che stava sbagliando e abusando di una ragazzina nera e schiava.
Resti là la sua effigie sporca, a ricordarlo a tutti.
.
"Elevare a simbolo un umano, erigergli una statua, significa sempre scegliere l'aspetto preponderante di quell'umano e usarlo per ispirare, per ricordare dove possiamo arrivare e da dove veniamo, fingendo che il resto non sia esistito o sia sparito di fronte alla magnificenza di quel singolo aspetto eccezionale.
Accade, però, che i tempi cambino, ed è come se ci fosse un cambio di luci sulla persona al centro del palco: i dettagli che prima emergevano preponderanti ora sono più al buio, e invece sono in piena luce orrori che in precedenza erano nascosti o considerati "superabili", "piccoli errori", "peccati di gioventù".
Ma la consapevolezza collettiva cambia e, nonostante tutto, diventiamo sempre più sensibili alle dinamiche di potere e sopraffazione, e una statua che ci è sempre sembrata al posto giusto diventa un simbolo negativo e ci offre un'occasione di elaborazione, di analisi, di riflessione. 
La statua di Montanelli nei giardini pubblici di Milano non è più soprattutto la statua di un famoso giornalista del Novecento italiano che è stato stupratore e razzista, ma è soprattutto la statua di uno stupratore razzista che era un famoso giornalista del Novecento italiano. E ricorda un momento storico (il Colonialismo) che a distanza di quasi un secolo non abbiamo ancora elaborato, di cui non parliamo mai, spesso ignorando del tutto di quali crimini il nostro paese si sia macchiato. 
Quella statua è un'enorme opportunità di riflessione. Perché una statua che raffigura un essere umano non è sacra ed eterna, ma rappresenta una memoria storica, quindi ci deve sempre spingere a domandarci quali conti non abbiamo regolato con il passato, quale sia la nostra visione attuale del mondo, quali i valori su cui si basa la nostra società.
Anziché proteggerla dovremmo usarla per affrontare la paura di scoprire che le cose non sono andate come pensavamo. Non è un fallimento, al contrario è un atto coraggioso che può spingerci a ricostruire la società su altre basi, sul rispetto e la dignità di tutte le persone e sulla giustizia sociale", cit. post Associazione Tlon

sabato 26 ottobre 2019

Joker, la genesi di Batman

Joker, la genesi di Batman



La questione fondamentale sul film “Joker” non è l’origine della follia del Joker, ma l’origine della follia di Batman.
La critica cinematografica si divide su un film quando dovrebbe contemplare l'insieme. Ma non lo fa. Allora ci penso io. 
Si tratta di un cambio di valori collegati alla nostra visione filosofica del mondo. E’ la follia del Joker a dare vita a Batman. Joker genera Batman. Perché nessuno lo ha ancora sottolineato?
Chi è Batman? In origine è Bruce Waine, bambino traumatizzato dalla morte dei genitori, miliardario, benefattore, playboy, che diventa un vendicatore notturno. 
Chi è Joker? In origine Arthur Fleck, bambino seviziato dai genitori, povero, solo, borderline, che diventa il re della rivolta. 
Joker è esattamente il contrario di Batman. Joker è la vita disgraziata di Batman. Ma entrambi diventano pericolosi.
Al di là della trama del film, quando si analizza un Eroe, bisogna analizzare la Nemesi a cui questo si oppone. E viceversa. Se fino a ieri Batman era buono e giusto, oggi con il nuovo passato del Joker, il valore di Batman vacilla. Perché se adesso Joker è giustificato a impazzire, Batman lo è meno a punire. Ecco il cambio di valori. Se non si analizza questo passaggio manca un pezzo importante. Inoltre Joker non rappresenta il Male bensì il Kaos. Joker ruba i soldi nelle banche e poi li brucia. Batman accumula denaro e poi lo dà in beneficenza, oltre a usarlo per costruirsi marchingegni costosi. Joker vuole l'anarchia, Batman vuole l'ordine. Se ci si ferma solo sulla figura del Joker si rischia di non occuparsi di Batman. 
Come diceva Bill in “Kill Bill”, parlando di fumetti con Beatrix Kiddo, l’unico vero super-eroe è Superman. Perché Superman nasce Superman. Tutti gli altri eroi dei fumetti si travestono, ma sono uomini, mentre Superman è Superman. E Superman è la critica all’umanità. Superman è il Bene, l’umanità è il Male.
Con le origini della follia di Joker si crea l'origine della follia di Batman. Lo ripeto, Joker genera Batman. E un eroe lo si valuta dal suo nemico. Perciò, con questo film, Batman inizia a non essere più il rappresentante del Bene bensì la deviazione del sistema: occulto, vendicativo, paternalista, simbolo della giustizia fai da te, all'americana. E Joker inizia a non essere più il rappresentante del Male bensì il risultato di quel sistema. Per dirla spicciola, Bruce Waine non vende l'azienda di famiglia per salvare Gotham ma si traveste la notte per picchiare i cattivi che gli hanno ucciso mamma e papà. Bruce Waine adora la violenza tanto quanto ognuno di noi, se solo possedessimo soldi e potere. E’ per questo che, invece, siamo tutti più simili al Joker, perché siamo miseri, angosciati e sull’orlo della follia. 
Batman ha bisogno di Joker, come Joker ha bisogno di Batman, perché entrambi sono umani, quindi imperfetti.
Le nuove origini di Joker lasciano intravedere una falla nella perfezione dei nostri eroi. Quindi una falla nella nostra giustizia. E, per esteso, nella nostra esistenza terrena.
L'importanza di questo film non sta nella trama ma nell'intenzione filosofica contenuta in essa.

Link utile sull'analisi del "Nemico": http://www.bonifacci.it/?cat=25

venerdì 5 luglio 2019






Per un artista, 
vivere in un un'epoca o in un'altra, é quasi indifferente, rispetto a creare o meno Arte: profonda, radicata al senso universale, totalizzante. 
Un artista è e sarà sempre schiavo dell'eterno.
È l'uomo, invece, a essere figlio del presente, libero nello spazio limitato del mondo contemporaneo.
È l'uomo a vedere confini,
sentire egoismo,
paure precise,
claustrofobie esatte,
odio matematico.
L'uomo libero, non l'artista.
___
For an artist, live in one age or another, is almost indifferent,
compared to creating or not Art:
deep, rooted in the universal sense, totalizing.
An artist is and will always be a slave to the eternal.
Instead, man is the son of the present, free in the limited space of the contemporary world.
It is man who sees boundaries,
feel selfishness,
precise fears,
exact claustrophobia,
mathematical hatred.
The free man, not the artist.

#NelsonCorallo pic by #pulpbrother #poetry #poetryslam #poetrycommunity  #slave #rope #corda #schiavo #libertà #freedom #slavery #artist #art #arte #poesia

venerdì 18 gennaio 2019

Luna piena e Sailor Moon

Luna piena e Sailor Moon

curvy sailor moon
Milano, venerdì 18 gennaio 2019.

Mi sono svegliato perché la mia ragazza mi ha fatto svegliare. Doveva uscire di casa e voleva un passaggio fino alla metropolitana. Ho bevuto il caffè in fretta e siamo scesi in strada. Lei era nervosetta, fase premestruale, mentre io stordito e infreddolito al volante.
L'ho salutata con un bacio e un pensiero maligno, poi sono entrato in tangenziale, zona ovest. 
Dopo poco un tipo mi ha superato brutalmente sulla corsia veloce e mi sono distratto, ho sbagliato strada. Quindi ho dovuto pagare due caselli inutili per tornare indietro. E quando ero quasi arrivato a casa mia, anche una tipa mi ha suonato il clacson bestemmiando sulla rampa per uscire dalla superstrada. Le leggevo il labiale dallo specchietto retrovisore, diceva cose davvero poco carine su di me. Il fatto è che non avevo guidato male o altro, ne sono sicuro. Era gente nervosa di suo. 
Unica cosa buona, s'è diradata la nebbia ed è uscito il sole. Sono andato a fare la spesa al discount e ho visto che c'era troppa gente in coda alla cassa. Strano, dove vado io di solito non c'è nessuno o quasi. 
Ho mangiato, avevo fame, ho aggiunto peperoncino sulla pasta. 
Nel pomeriggio un mio amico mi ha telefonato, era arrabbiato di brutto per una storia d'amore finita male da poco. Eppure fino all'altro giorno era depresso, semmai. Invece oggi pareva un leone. Era nella fase della rabbia furiosa, quella che viene dopo la negazione. Gli ho detto "bravo, ma ricordati che è una fase...".
Ho finito un lavoro e sono andato a correre nel parco, ho fatto le flessioni, gli addominali, tutto. E mi è salita una forza cattiva, come quando facevo boxe. 
Che cacchio succede in 'sti giorni? 
Certamente, è vero, fra poco è luna piena. Il 21 gennaio precisamente. È il periodo della dopamina, cioè il neurotrasmettitore dell’eccitazione. In più mi ha telefonato la mia ragazza, le sono arrivate le mestruazioni. Anche 'sto mese non sono padre.
Allora ho riso perché mi è venuta in mente Sailor Moon ma in versione "pienotta". E il bello è che ho trovato un'immagine così sul web.
State attenti fino a lunedì, se vi sentite strani, potete dare la colpa alla luna. 
Poi basta però.

domenica 5 agosto 2018

"La camicia hawaiana"

"La camicia hawaiana"

di

Nelson Corallo*



Tu di solito non indossi camicie con fantasie floreali, tipo quelle hawaiane.
Stamattina lo hai fatto. 
Ora ti godi una regata di barche a vela mentre bevi succo d'arancia ghiacciato, seduto al tavolo di un albergo di lusso.
Sei soddisfatto. 
Stanotte hai penetrato ripetutamente una bionda dalle gambe chilometriche, occhi verdi, labbra rosse, soldi facili. Non ti dispiace averla dovuta pagare. 
Fai un sorso, osservi le vele che scivolano nel sole e ti dici che la vita ha un prezzo. E tu puoi pagarlo, con carta oro.
Tu, stamattina, hai ricevuto un invito. 
Te lo ha consegnato il cameriere. Scritto a mano su carta intestata, lettere platinate. 
E perdi ancora qualche minuto prima di presentarti a bordo piscina, dove una coppia di sposi inglesi aspetta te. Li hai conosciuti al ristorante prima di andare a puntare qualche mucchietto di fiches sul tavolo verde, mentre una pallina - una perla magica - rincorreva numeri rossi e neri. 
Marito e moglie stavano seduti accanto a te. Te li ricordi bene, soprattutto lei, perché pareva invitarti con gli occhi, gli stessi sul cui fondo hai scorto una sensualità nascosta, stemperata nell'ovale del viso anglosassone. Ti sei chiesto se fossero annoiati in cerca di un terzo, per fare giochetti, per abbattere la routine. Così hai trovato un pretesto educato per presentarti e poi concludere la serata chiacchierando, amabilmente. 
La coppia si è rivelata essere ricca, del tuo ambiente, proprietaria di barca a vela all'ormeggio poco distante dalla costa. Ed è proprio a bordo della tre alberi che vi recherete, dopo il brunch, per trascorrere un lussuoso pomeriggio assieme. 
È per questo che hai indossato una camicia hawaiana. 
Ma solo perché te lo ha chiesto lei, per iscritto, sull'invito che conservi in una tasca del pantalone leggero.
Sulla superficie del mare bagliori accecanti raggiungono i tuoi occhi e le scie delle barche disegnano arabeschi spumosi nelle manovre veloci. 
Gabbiani impazziti solcano bassi il cielo azzurro, spiegando ali stilizzate all'orizzonte.
Tu non termini di bere il succo d'arancia.
Un raggio di sole, adesso, è penetrato di nascosto da uno spazio aperto nell'ombrellone sul tuo tavolino.
Ti alzi. 
Percorri la terrazza panoramica dove americani gonfi, visi scottati, stringono occhi grigi sullo schermo immaginario che inquadra cielo, mare e barche impegnate nelle manovre. Loro non fanno caso alla tua camicia hawaiana ma tu senti il disagio di chi indossa qualcosa che non avrebbe voluto esistesse. Come una colpa.
Scendi le scale che ti conducono al lussureggiante giardino. 
Alte palme dal fusto a scaglie dominano lo spazio. 
La superficie azzurra della piscina è increspata, attempate signore annaspano con grazia.
Individui la coppia. 
Lei indossa una gonna bianca ed una polo rosa. Lui ha l'aria da inglese in vacanza. Ti fanno un cenno, ti avvicini, ti siedi con loro.
Tagli la tua fetta di melone e sorridi alle cortesi attenzioni dei tuoi ospiti. 
Lei, mentre lui parla al cameriere, ti sussurra d'aver apprezzato molto il gesto di cortesia nell'indossare la camicia hawaiana. 
Il brunch prosegue, si alternano portate e credenziali dinastiche.
Tu provieni da una casata d'industriali tedeschi e nei sei orgoglioso rampollo.
La coppia anglosassone vanta conoscenze nell'ambito commerciale, frequenta luoghi di villeggiatura in cui probabilmente non vi siete incontrati per un semplice scherzo del destino. Eppure non li identifichi con precisione nel panorama degli abbienti di cui tu fai parte. Ma che importa ora? Lui non desidera affatto esserti sgradevole, si sforza nel dissimulare la riservatezza inglese che lo porterebbe ad annuire con sufficienza alle tue parole. Ad annuire ci pensa lei, ma lo fa con grazia, nell'azzurro degli occhi che brillano al di sopra delle gote bianche punteggiate di efelidi.
Tu pensi che lei ti voglia.
Nonostante qualche formale ed educata protesta da parte tua, loro pagano il conto e ti scortano all'esterno dell'albergo, per raggiungere il molo. 
Durante la passeggiata sul lungo mare lei ti chiede il braccio e tu glielo concedi con garbo. 
Lui parla al cellulare, con il fastidio di chi vi è costretto. 
Camminate sotto il sole. 
Vedi il riflesso di te stesso nei vetri oscurati di una lussuosa automobile che scorre lenta al tuo fianco. Osservi la camicia hawaiana disegnare fiori sulle superfici lucide della vettura dissolvendosi al suo passaggio. 
Lei ti stringe il braccio e senti il sangue scaldarsi.
Al molo vi aspetta il solerte addetto al gommone di servizio, che vi porterà a bordo della tre alberi ormeggiata.
I gabbiani solcano il cielo, a squadre, lanciando grida acute verso il mare.
La regata prenderà nuovamente inizio nel pomeriggio.
Il porto si allontana nella spuma del natante che fa rotta verso la barca lasciata all'ancora fuori della portata dei curiosi. 
Tu pregusti il menàge a trois che hai sempre desiderato, con lei che si concede, mentre il marito sorseggia sherry.
A bordo non c'è nessuno, tranne te e la giovane coppia.
Lui ti parla della strumentazione di bordo e tu annuisci cercando gli occhi di lei. 
La donna scende in cabina, ti invita a trovare un pretesto per seguirla ma lui ti trattiene ancora, invitandoti a bere champagne sul ponte. Ti porge un calice e tu lo alzi con deferente malizia.
Chiedi gentilmente di poterti servire della toilette e lui ti invita a scendere verso le cabine.
Muovi passi lenti e sorridi all'immagine di te stesso riflesso in uno specchio, con addosso quella stupida camicia hawaiana. Poco importa, tra poco te la toglierai di dosso.
Esci dal bagno, dopo aver controllato l'esattezza della tua persona.
Mentre percorri lo stretto corridoio, avverti il rollio della barca e ti reggi al corrimano di legno pregiato.
Intravedi in una cabina le gambe di lei, seduta sul letto, che ti aspetta.
Ti appoggi allo stipite della porta e la penombra ti protegge. 
Dall'oblò entrano i riflessi del mare blu mentre accarezza lo scafo della barca ondulante. 
Senti una mano invisibile e leggera provocarti brividi. La tua testa riceve immagini e suoni attutiti. 
Sorridi. 
Lei ti fa cenno d'avvicinarti. 
Muovi un passo e ti pare che il suolo si sposti di lato. Barcolli, pensi al movimento traditore del mare e guardi gli occhi di lei, azzurri, che ti invitano. 
Ancora un passo e l'avrai. 
Il torpore adesso si trasforma, ti cinge le tempie con una benda di raso nero. Le immagini scolorano, la penombra avanza. Dall'oblò il blu del mare si colora d'inchiostro. 
Tu svieni.

Ti risvegli. 
Hai la bocca secca e un senso di appannamento che ti porta verso il fondo della tua stessa coscienza. Lì c'è un segreto che nessuno dovrà mai conoscere.
Qualcuno ti tiene la nuca e vuole che tu apra gli occhi, adesso.
Compi uno sforzo ma hai la testa pesante. 
Ricadi sul mento. 
Senti di non avere più addosso la camicia hawaiana. 
Il tuo petto liscio, nudo. 
Le tue mani, legate dietro la schiena.
Lei ti guarda. Ma quel velo di malizia che fino a prima aveva tenuto nascosto, adesso avvampa. Lei ti fissa con una malizia tutta nuova, che non ha nulla d'erotico. 
Avverti rumori provenire dal ponte, proprio sopra la tua testa pesante. 
La barca sta prendendo il largo.
Ti chiedi il perché della situazione. 
Non fai in tempo a darti una risposta, ti distrai nel vedere che la tua stupida camicia a fiori è piegata meticolosamente sul letto.
Volti lo sguardo, in cerca di lei, per chiederle cosa ti sia accaduto ma un dolore tagliente ti squarcia il petto.
La donna ti colpisce ripetutamente con un bastone appuntito.
Le ferite si aprono con facilità.
Dal petto i colpi salgono al volto.
Tu sputi sangue. 
Gocce dense di plasma ricadono con schiocchi secchi su un'incerata di plastica stesa attorno a te.
Lei continua a colpirti e quegli occhi poco prima invitanti adesso brillano demoniaci nella penombra.
Sadica ferocia.
Il dolore che provi è una sorpresa di fanciullo. Uno scherzo crudele subìto per sbaglio. La delusione ti sgorga dalle palpebre e si mescola alla materia cerebrale che ti fuoriesce dal cranio, colando sulla tua fronte. 
Il potente anestetico che hai bevuto con lo champagne termina di colpo il suo effetto. 
Tu senti il dolore e l'orrore dei tuoi ultimi momenti di vita.
Sollevi la testa. 
Ricevi colpi. 
In un lampo, in un istante, in un bagliore, ripensi a quel segreto che giace dentro di te. 
Nel corridoio appare lui. 
L'uomo ha gli zigomi tirati allo spasimo mentre carica un fucile da sub con un arpione, e te lo punta contro. 
Lei respira forte, per riprendersi dallo sforzo nel maciullarti il cranio.
Lui trema, lei lo sprona, lo graffia, gli ordina di premere il grilletto.
Non sei tu, vorresti gridare, non volevi! 
E’ il tuo segreto che si dibatte nel petto.
Vedi il bagliore del tridente inserito nella canna del fucile.
Istantaneamente senti che il tuo petto scoppia. 
Spalanchi occhi e bocca in una smorfia di stupore acuto. 
Il tuo cuore esplode. 
E tu sei morto.

Io di solito non indosso camicie con fantasie floreali, tipo quelle hawaiane.
Stamattina ho fatto uno strappo alla regola. 
Ma c'è una ragione a tutto questo.
Adesso mi godo l'orizzonte sgombro mentre bevo succo d'arancia, seduto al tavolo di un albergo di lusso.
Sono soddisfatto per le ore trascorse con la bionda dalle gambe chilometriche, occhi verdi e labbra rosse, che mi ha tenuto compagnia  - a caro prezzo - stanotte. Non sono io a pagare, c'è chi mi finanzia.
Il problema è un altro.
Tre giorni fa, il giovane tedesco che tenevo sott'occhio per conto della mia Agenzia non è più sceso da una tre alberi su cui era salpato nella tarda mattinata.
E questo mi provoca un certo fastidio.
I miei finanziatori pretendono aggiornamenti continui sulle condizioni del rampollo di famiglia teutonica, il cui ricco padre, adesso, è alquanto contrariato.
L'ultima volta che l'ho visto, personalmente, credevo stesse per godersela con una coppietta di inglesi in preda alle voglie di un menage a trois.
Il fatto è che la coppietta è tornata a cenare all'albergo ma del tedesco nemmeno l'ombra.
Forse, mi son detto, ha deciso di stabilirsi sulla barca a vela per continuare a fare il porco con la signora, senza dare nell'occhio. Però, durante le mie perlustrazioni, il tale non è mai apparso né sulla barca né altrove.
Tranne stamattina, in effetti. Quando si è fatto vivo su una spiaggetta poco distante dalla città.
Lo hanno ritrovato squartato e piuttosto morto.
Non che per me sia un grande lutto, ma devo risponderne all'Agenzia.
La notizia è passata sotto silenzio, nel senso che a ritrovarlo è stata la polizia, così è riuscita ad arginare i giornalisti. Ma manca poco prima che lo scoop sia noto a tutti. E quando dico tutti, intendo tutta la ricca comunità industriale europea che non aspetta altro per far crollare il mercato finanziario.
Finisco il succo d'arancia, prima che si scaldi. 
Un raggio di sole è spuntato all'improvviso da un taglio nell'ombrellone che mi ha protetto fino ad ora nell'ombra. 
Non so perché ma adesso avrei un urgente e malsano bisogno di ascoltare qualcosa di Frank Zappa. Peccato, non mi è possibile. 
Ieri sera, come al solito, ho fatto un paio di puntate al casinò. Ho perso una cifra di tutto rispetto alla roulette e ho passato un paio di banconote a chi di dovere. Dopo poco, grazie al potere persuasivo del cash, mi è giunto un invito a bordo piscina, per il giorno seguente. Così oggi sarò gradito ospite di una coppietta anglosassone che dovrà darmi qualche spiegazione, con garbo e gentilezza, s’intende.
Con l'invito mi è giunta anche una richiesta sgradevole, quella di indossare una camicia hawaiana. 
Ho alzato la cornetta e ho ordinato una camicia a fantasie floreali al consierge dell'hotel. Metta in conto, l'Agenzia penserà a tutto. 
Il fattorino me l’ha portata correndo, gli ho lasciato una miserabile mancia.
Certo la vita è davvero strana, ho detto all'immagine di me stesso riflesso nello specchio del bagno, indossando la ridicola camicia mentre la bionda si rivestiva in camera da letto, ghermendo la sua strasudata paga. 
Adesso è il momento di conoscere personalmente i miei ospiti.
Mi alzo, scendo le scale. 
Americani dagli sguardi feroci, gonfi di cibo, fumano sigari. Vecchie troie annaspano nella piscina e la mia vita è un rebus che non riesco proprio a risolvere. Ma dopo anni trascorsi a farmi domande aspettando risposte che non sono mai giunte a destinazione, ho preso una certa abitudine a stare così, sospeso, al servizio dell'Agenzia. 
Ho smesso di occuparmi dei miei giorni. Ho cominciato a pensare a quelli degli altri, forse per trovarci un senso. Che – però - non c'è.
Il mio cellulare vibra, garbato. 
L'Agenzia mi passa un paio di informazioni, quelle che stavo aspettando. 
Io sorrido, perché peggio non poteva essere. 
Ma io lavoro lo stesso, anche ora che sfoggio un sorriso cordiale assieme ad una orribile camicia hawaiana e mi avvicino al tavolo degli inglesi.
Se lei appare bella, eterea, fastidiosamente corretta, lui è più bianco di quanto un anglosassone dovrebbe essere.
Ma che diamine, mi dico, sfoggiando il mio impeccabile english mentre mi presento ai signori, bisogna restare tranquilli. In fondo viviamo nel lusso, no? 
Ed ho la certezza che il rampollo tedesco fosse in loro compagnia, fosse salito sulla loro barca e non ne fosse più sceso. Ma, certo, non gliene faccio menzione. Sarebbe fuori luogo adesso.
Con la scusa d'essere un mediatore d'affari parlo di alcuni progetti commerciali, domando perdono per la mia sfacciataggine nell'essermi permesso di chiedere udienza. Ed il biondo mi deve ascoltare, perché deve recitare la parte di chi non ha nessun problema, nessun omicidio pendente a suo carico. Lei intanto mi osserva ed io - giuro sulla mia preziosa testa - sul fondo di quegli occhi vedo più malizia di quanta ne ho scorta in tante professioniste del sesso.
Gabbiani a squadriglie lanciano urla tuffandosi rapidi tra le onde.
Sarà per via della camicia hawaiana che indosso con disinvoltura, o forse perché distrattamente tiro in mezzo il nome della famiglia del cadavere tedesco, ma quelli mi invitano a seguirli sulla barca lasciata all'ormeggio fuori dal porto, quel pomeriggio stesso. 
Ed io accetto, cordiale.
Ripercorro la strada che il tedesco ha fatto per andare a morire. 
Camminiamo insieme, sotto il sole, fino a raggiungere il molo dove un gommone ci aspetta.
Penso alle coincidenze della vita. Poi mi dico che non esiste alcuna coincidenza, considerando che mi sto impegnando parecchio nel mettere in scena tutta questa pantomima degna del peggiore Tenente Colombo. Ma i miei ospiti non conoscono i machiavellici piani di cui sono unico custode.
Saliamo a bordo.
Chiedo il perché dell'assenza del personale nautico. Il biondo mi dice che gradisce la solitudine. Certo, rispondo io.
Mentre lui mi versa una coppa di champagne, lei scende verso le cabine e mi invita a seguirla. Con un segno impercettibile del sopracciglio le lascio intendere che tra poco sarò da lei.
Lui parla evitando il mio sguardo. Io d'altra parte non glielo faccio pesare, anzi, lo imito e anch'io guardo altrove, verso il mare. 
Penso al mio lavoro, all'Agenzia, al ricco padre del tedesco. Penso a quei desideri, sogni, speranze che in passato avevo custodito da qualche parte e di cui ho perso traccia. Penso che dovrei prendermi una vacanza.
L'inglese parla, non lo ascolto. 
Impiego per lui una piccolissima porzione del mio cervello, utile a non uscire dal personaggio.
Anzi, se non sbaglio è trascorso un tempo sufficiente per cominciare a interpretare la mia parte.
Mi dico che, sì, è giunto il momento.
Chiedo di poter utilizzare la toilette, il biondo mi indica la scaletta che porta sottocoperta.
Conto i passi mentre scendo e l'ombra mi accoglie.
Nel bagno mi sciacquo mani e volto. Mi osservo allo specchio. Questa camicia hawaiana mi fa vomitare. Eppure le dedico un sorriso.
Esco, percorro lo stretto corridoio. 
Lei mi aspetta, seduta sul letto.
Mi appoggio allo stipite della porta, taccio. 
Lei allarga di quel poco le cosce, quel poco che mi basta per sentire un brivido lungo la schiena.
Dall'oblò giungono ombre azzurrine, che scivolano sulle lenzuola.
Entro nella cabina.
Lei pare avere un dubbio mentre mi accoglie. Forse si aspettava meno brutalità da parte mia. Il calcio in faccia che le ho appena tirato l'ha gettata sul pavimento ricoperto di moquette. 
Adesso il marito, dopo aver sentito il tonfo, crede sia io quello svenuto al suolo. Ma si sbaglia, di grosso.
Prendo la donna e la sbatto su una sedia prima che riprenda i sensi. Mi guardo attorno. La signora aveva già preparato le corde per legarmi. Le prendo io, stavolta.
Intanto il biondo apre alcuni armadietti sul ponte, in cerca di qualcosa. 
Lego la donna, stretta ad una sedia, buona buona. Dal naso le cola il suo stesso sangue, peccato, la polo rosa pallido le si sta macchiando tutta.
La barca oscilla, salpa l'ancora, destinazione mare aperto.
Quando il marito entra nella cabina portando con se' un telo di plastica quasi sviene per la bella sorpresa che gli ho apparecchiato. Ma non gli lascio il tempo per riflettere e dispiacersi perché l'anestetico nel mio champagne non ha dato alcun effetto. Il contenuto del bicchiere l'ho svuotato in mare, disperso nel salmastro, terribile, mare che adesso ci culla sereno.
Un colpo in testa anche per lui, che crolla al suolo. 
Mi procuro un'altra sedia. 
Lego marito e moglie, stretti stretti, uno accanto all'altra, in salute e in malattia, finché morte non vi separi. 
Poi aspetto, seduto. 
Finalmente mi accendo una sigaretta. Quasi mi dispiace riempire di fumo questa bella cabina di lusso. 
Mugolano entrambi prima di riprendere i sensi. 
Io li aspetto, sorrido cordiale. Eccoli. Fissano i loro occhietti azzurri nei miei, che invece li ho verdi, scuri, cattivi.
Mi alzo, faccio due passi verso i miei ospiti.
Sorrido ancora, poi spengo il mozzicone nella guancia del marito che urla parole poco carine e poco english nei miei riguardi. Ma io non mi offendo, lo capisco, sono stato rude.
Annuncio al signore di essere intenzionato a fumarne un'altra di sigaretta, ma stavolta potrei spegnerla negli occhi della moglie, se non risponde a quanto sto per domandargli.
Dice di non aver nulla da dire.
Non voglio passare per nazista, non voglio usare una sigaretta come mezzo di tortura. Ma che posso fare? Me ne accendo un'altra, faccio due boccate e la avvicino agli occhi di lei, mentre le tengo le palpebre ben aperte. Quella urla, si dimena, perde il controllo. Che facciamo? Continuo?
Cosa vuole sapere, chiede lui.
Bravo, così va bene, davvero. 
Mi dica perché avete narcotizzato, squarciato, ucciso, gettato in mare il cadavere del ragazzo tedesco. Tutto qui, ditemelo e me ne vado.
No, no, no, prova a negare il tizio.
No, no, no, non ci credo, dico io. 
E faccio un altro paio di boccate dalla sigaretta, per arroventarla ben bene.
Stavolta è lei a parlare. 
La creatura delicata, d'alto lignaggio, piange, sbava, il sangue le cola in bocca. Ha i denti tutti rossi. Con un fazzoletto le ripulisco il bel musino.
Racconta. 
Mi narra di quando avevano una figlioletta di soli tre anni ed erano in vacanza tutti e tre assieme in Africa. E mi narra di quando un figlio di puttana tedesco, ricco, ubriaco, con addosso una camicia hawaiana, aveva investito la loro bambina, spappolandole il cranio un anno fa.
Me ne dispiaccio. Davvero. Scuoto la testa.
Mi dispiace, signora.
Intuisco il loro dolore, lo stesso che li ha portati ad attuare lo stupido piano di vendetta personale.
Al ricordo della morte della figlia entrambi soffrono, si abbandonano sulle sedie, inermi.
Bravi.
Ma la domanda è: perché avete narcotizzato, squarciato, ucciso e gettato in mare il cadavere del ragazzo tedesco?
Perché lui doveva essere punito! Perché la sua famiglia lo aveva liberato! Perché doveva morire!
Posso darvi anche ragione, signori, ma il fatto è che...
Mi dispiace davvero, ma devo dirglielo. 
L’Agenzia, questa mattina, mi ha ragguagliato su tutta la vicenda della morte della bimba, aggiungendo due ulteriori particolari.
Allora, ascoltate bene signori.  
Il tedesco che voi avete ucciso era il figlio di un grande industriale tedesco, ed è vero, aveva avuto un serio problema con una bambina, durante una vacanza, un anno fa, in Africa. Sfruttando le conoscenze del padre aveva corrotto polizia, giudici e guardie. Insomma, il suo nome era valso ad evitare molte noie a se stesso e alla propria casta. Nell'ambiente che voi frequentate queste cose accadono di frequente, no? Gli scandali si evitano, l'economia si preserva, capite? È per questo che l'Agenzia mi ha dato il compito di tenere sotto controllo il ragazzo, su ordine del padre. Affinché non combinasse altri spiacevoli incidenti, con rispetto parlando. E se può esservi d'aiuto, credo che nell'istante in cui gli avete tolto la vita, dal petto del ragazzo si sia dissolto un grande peso, un peso troppo grande da sopportare.
I due coniugi/assassini non sembrano gradire l'idea d'aver liberato da un 'peso' il carnefice della propria bimba. 
Vorrebbero piuttosto essere slegati, a questo punto. 
Ma – ecco il secondo particolare riferitomi dall'agenzia - non era quel tedesco, quello che avete maciullato, il vostro tedesco... 
Mi dispiace, signori, mi dispiace davvero.
I due mi fissano, pensano che io sia pazzo.
Io li rincuoro, scuoto la testa, spengo anche la sigaretta, mi dispiace, vi siete sbagliati.
Cosa? Mi domanda lei, con gli occhi fuori dalle orbite. 
Cosa? Ripete.
Sì, signora. Avete ucciso il tedesco sbagliato.
Mi tocca dare spiegazioni, mi pare doveroso.
Si da il caso che il bastardo che ha ucciso vostra figlia, attualmente, alloggi in un resort, su un'isola dell'Indonesia, dedicandosi con felicità e piena soddisfazione alla pedo-pornografia. E sta benissimo. 
Gli inglesi non possono credere alle mie parole. Pare si siano anche dimenticati delle corde che li tengono stretti. Restano zitti.
A suo tempo – continuo - dopo aver investito la vostra piccola, il tedesco ‘giusto’ ha usato molto denaro e tante minacce per uscire pulito dalla vicenda, ma non solo. E’ riuscito a depistare ogni indizio a proprio carico spostandolo su un altro ragazzo, un suo ex compagno di collegio, che a quanto pare odiava a morte per una spietata concorrenza tra famiglie, ossia il vostro tedesco, capite?  
Mi fissano. 
Credono che io stia scherzando, che sia tutto un sadico gioco.
Ma no, che sadismo! È tutto vero, signori.
Posso comprendere la vostra rabbia, la vostra frustrazione nell'aver perso una figlia e nell'essere stati vittime di uno scambio di persona, nonché di essere stati superati a livello spionistico, ma...
L'Agenzia pretende che le cose vengano messe a posto. L'economia europea va preservata, gli scandali vanno taciuti.
Giusto per puntualizzare. 
Siccome il tedesco che voi avete brutalmente ucciso era  - anche lui - figlio di un grande industriale - ironia della sorte - ed aveva maciullato una bambina durante una vacanza, mentre si trovava alla guida di una macchina di grossa cilindrata, con addosso una stupida camicia hawaiana, e sebbene quella bambina non fosse vostra figlia ma una piccola indigena africana…
E mi fermo.
Sorrido.
Capite?
Ricco tedesco, grossa macchina, camicia hawaiana, ma bambina negra, ok?
Mi dispiace, la scena che avete visto a distanza, mentre le sirene della polizia vi accecavano quella notte, è stata inquinata appositamente. Il vostro tedesco cadavere ha ucciso una bambina africana, l’altro tedesco ha ucciso vostra figlia. Hanno scambiato i corpi, vi hanno fregati. 
Hanno sostituito le bambine, capito?
Avete ucciso l'assassino sbagliato.
Però, perdonatemi la franchezza, forse possiamo dire che tramite la vostra azione una specie di giustizia è stata raggiunta? 
Come dire, un riequilibrio? 
Possiamo dire che, in definitiva, il vostro gesto non è stato vano?
L'uomo e la donna mi guardano con le bocche socchiuse.
Certo che no, lo so. 
Non ci pensate che aver ucciso un uomo per la bambina sbagliata possa chiamarsi giustizia.
Grazie, signori, questo silenzio mi basta come risposta. 
Le coincidenze significative non esistono e tutto ciò che facciamo è affidato al caso. Un inesorabile domino, tessera dopo tessera, che intreccia rapporti di causa/effetto, calcoli matematici e legge del più forte fino a comporre quella che è la nostra esistenza. Un'accozzaglia di eventi sui quali regna un Dio cattivo, dispettoso e distratto semmai.
Vostra figlia è stata spappolata, altre bimbe lo saranno, voi avete provato a sostituirvi alla giustizia, avete fallito, ed altri tedeschi ubriachi con addosso camicie hawaiane guideranno grosse macchine, l'economia vacillerà, desideri, speranze, idee... Provare a fermare l'incessante crollo delle tessere? Sarebbe tutto vano.
Mi rendo conto d'essermi lasciato prendere dalle mie solite elucubrazioni filosofiche.
Riprendo il controllo. 
Mi dispiace, ripeto, avete fatto un errore.
Cerco di sorridere, per tirare un po' su il morale. Non ci riesco, ma almeno ci provo.
I due sono allibiti, contrariati, anglosassoni fino all'osso.
Adesso, però, devo mettere tutto a posto, affinché questo spiacevolissimo episodio non assuma tratti oltremodo macabri. Non che ne siano mancati, fino ad ora, di dettagli cruenti. Ma perché lasciare le cose così? Per fornire materiale alla carta stampata? Alle iene mediatiche che non aspettano altro che attingere da tutta questa folle tragedia? Per accanirsi alla ricerca di un senso, di una spiegazione, di un perché? Meglio livellare gli spigoli, fare in modo che il meccanismo scorra liscio.
Nel corridoio trovo il fucile da sub che il biondo avrebbe utilizzato contro di me. Lo carico. 
Rientro nella stanza, sorrido.
I due mi fissano, ancora devastati dalla sorpresa d'essersi macchiati di un omicidio efferato senza peraltro riuscire a vendicare la figlioletta, inesorabilmente morta.
Nelle loro teste la frustrazione si fa spazio, così come si fa spazio l'arpione che io ho appena sparato mirando alle rispettive tempie.
Mira perfetta, sono riuscito a infilzare entrambi in un colpo solo. 
Sembrano essersi addormentati l'uno accanto all'altra, con le teste poggiate in segno d'affetto.
Però mi tocca mettere tutto a posto, ricostruire una specie di omicidio/suicidio per allontanare i sospetti dalla faccenda del tedesco ‘sbagliato’. E per giustificare quella morte dovrò trovare un’altra scusa. Maledizione, penso, perché la gente vuole sempre fare le cose fatte male? Ci penserò dopo, parlando con qualcuno in Agenzia. 
Devo estrarre l’arpione dalle teste degli inglesi, il cervello cola ovunque. 
Cervello, dico, che ironia, l’unica cosa di cui erano privi questi due sciocchi.
Sistemo tutto, lentamente, e la polizia metterà a verbale quel che io ho deciso.
Punto.

Esco dalla penombra, torno in superficie.
Il mare è azzurro, i gabbiani stridono, la costa è distante.
Chiamo l'Agenzia, racconto l'essenziale. 
Nella stiva trovo una tanica di nafta. 
Cospargo il ponte, le cabine, il sartiame.
Cambio rotta alla barca, vele spiegate verso i frangiflutti del porto. 
Accendo una sigaretta.
Davvero, penso, è strano non ricordarmi più dove ho messo quei sogni, quelle speranze, quei desideri che avevo custodito con cura tanto tempo fa. Ma la colpa non è mia. Tutto è affidato a qualcosa che non dipende da me. Il fatto che adesso io indossi una camicia hawaiana lo dimostra. Insomma, fosse stato per me non avrei mai scelto un capo d'abbigliamento così stupido, eppure le circostanze lo hanno voluto.
Prima di lanciare il mozzicone verso le cabine impregnate di benzina, mi tolgo di dosso l'indumento floreale, in un gesto di inutile ribellione.
Mi domando per l'ultima volta il perché dell'assurda richiesta. Far indossare una camicia al tedesco per ricreare il momento in cui la bimba era morta? Per costringere il presunto assassino ad assumere una veste da 'carnefice'? Forse perché chi era stato capace di architettare questo stupido omicidio detestava le camicie hawaiane? Forse perché nella libido della coppia inglese serpeggiava un certo feticismo? O forse perché è più facile uccidere un uomo se indossa una camicia disgustosa? Non lo so e non mi importa.
Scaglio la sigaretta, tutto avvampa. 
Mi tuffo, stile perfetto, come un gabbiano sopra la preda.
Sono in acqua mentre la tre alberi viaggia veloce, vento a favore, per andarsi a schiantare sugli scogli artificiali e poi colare a picco.
Tutto alla fine apparirà come un tragico incidente. Nessuna connessione tra la coppia inglese ed il rampollo tedesco.
Nessuno saprà il perché di tante cose.
Nessuno indagherà sulla memoria del giovane, nessuna bambina spappolata verrà gettata in pasto alle cronache, nessun ricco magnate dell'industria bellica dovrà giustificare il passato del proprio figlio né il vero motivo della sua morte. Ognuno avrà un'unica certezza, ossia che le cose accadono perché la vita è cattiva.
Sono in acqua e nuoto in fretta.
Non mi piace quando il mare è così profondo. 
Non mi piace l'abisso che sta sotto di me. Provo sempre la sensazione che qualcosa possa uscire dall'ombra, prendermi, trascinarmi con sé. Ne ho paura, orrore. 
Preferisco tornare a riva, stendermi al sole.
Devo raggiungere la costa e poi pensare al tempo in cui avevo dei sogni, delle speranze, dei desideri.
Forse - dico forse - prima o poi ritroverò memoria di quei frammenti di un me stesso disperso nel tempo. Magari ritroverò la strada per andarli a recuperare, forse prendendomi una vacanza dai compiti che l'Agenzia mi affida.
Forse troverò un senso a questo abbattersi dei giorni, uno dopo l'altro, come tessere di domino che cadendo in un cesto diventano un mucchietto: il risultato di un'esistenza vissuta con ostinazione, attaccata alla sopravvivenza di un'idea, di un pensiero, di una briciola infinitesimale che da sola possa donare un senso al cumulo d'azioni apparentemente scollegate tra loro. Perché tutto torni chiaro, cristallino, pacificato. 
Forse riuscirò a comprendere anche un assurdo arabesco floreale stampato su una camicia hawaiana. 
E quel giorno, forse, potrò sorridere di me stesso, senza più preoccuparmi di livellare le cose affinché tutto quadri ad ogni costo, libero di credere all'armonia nascosta sotto l'apparente kaos delle cose, libero di credere alle coincidenze, libero di pensarmi libero, senza essere ad ogni costo un ingranaggio destinato a cadere sotto i colpi del 'caso'. 
Quel giorno, forse, non avrò più orrore dell'abisso sul quale nuoto, ora. Lo stesso abisso in cui mi pare di scorgere i volti di tutti quelli che fino a oggi ho sacrificato in nome dell'ordine, dell'Agenzia, dell'economia, della mia stessa follia.
Forse.
Fine prima parte.