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sabato 10 maggio 2025

Nelson Corallo #Rubrica

 


#0

Non credo che il valore di una persona si misuri dai libri che ha letto, dalle teorie che conosce, dal successo o dalla spiritualità.

Lo riconosco da altro.

Lo riconosco da quanto dolore inutile smette di creare.

Prima di tutto a se stessa.

Poi, anche agli altri.

Lo riconosco quando una persona smette di vivere in guerra con il mondo e inizia a prendersi la propria parte di responsabilità, senza per questo negare quella altrui. 

Lo riconosco quando attraversa una delusione senza trasformarla in rancore, quando affronta una colpa senza distruggersi, quando sa dire un no senza vendetta e un sì senza servilismo.

Lo riconosco quando non ha più bisogno di avere sempre ragione, di distribuire colpe, di convincere tutti.

Quando preferisce capire anziché vincere.

Il vero lavoro interiore non rende le persone perfette.

Le rende più semplici.

Più presenti.

Più affidabili.

Più capaci di costruire.

Alla fine, tutto si riduce a collaborare con la vita invece di combatterla continuamente.

Un essere umano cresce quando smette di usare gli altri per riempire i propri vuoti e inizia a portare qualcosa in comune.

Un'idea, un progetto, un amore, un'amicizia, un'opera.

La coscienza non si misura da ciò che dici di aver capito.

Si misura da quanto si è diventati liberi dalle paure, da quanta responsabilità si riesce a sostenere e da quanto bene concreto lascia il proprio passaggio nell'esistenza.

Non conta quanto hai parlato della luce.

Conta quanto, dopo aver guardato il tuo buio, hai smesso di aumentare quello del mondo.


#1

Oggi non vi chiedo niente. Ma nemmeno vi perdóno.

Sono stanco di essere il tipo sociopatico da compatire, quello che “ma sei troppo intenso, troppo difficile, troppo intransigente per lavorare con noi”.

Troppo un c*zzo. Sono vivo. E respiro ancora nonostante vi siate passati la calce sulla coscienza.

Mi chiamo Nelson Corallo. Personaggio letterario cattivo e incattivito.

Geniale porco e poeta raffinato.

Contraddittorio, disperato, innamorato e disilluso. Zero bon ton. Sono il risultato di tutti gli schiaffi che ho preso ma con la grazia di chi ha letto Celine e Dostoevskij mentre voi imparavate a rubare col consenso ipocrita del branco.

Sono sporco, sì. Ma l’anima me la sono lavata col sangue. Il mio, non il vostro.

E vi scandalizza la parola “porco”? Bene, allora fate attenzione: io scrivo porcherie sublimi. La mia penna sa dove fa male, e ci affonda. Se mi leggete è perché una parte di voi ha già mollato il teatrino della normalità.

Io non sto bene.

Ma chi sta bene oggi?

Chiunque dica di stare bene è uno che ha smesso di cercare.

Ho fame. Ho rabbia. Ho ancora fede nel fuoco. E soprattutto ho voce. Una voce che non abbasso più per farvi sentire meno inutili.

Nessuno mi paga per stare in piedi. Eppure sto qui. Con le mie parole nude. Con la mia ferita ancora aperta. Con una preghiera incrostata nel fondo della gola:

"Dio, se non mi vuoi santo, fammi almeno necessario" .

Firmato Nelson Corallo, un bastardo col cuore intero.


#2

Non ti accuso, Dì. Ma nemmeno ti assolvo.

Ti ho amata come un demone ama un angelo sceso nel fango. 

Io ti ho amata con la fame di chi ha vissuto mille vite in una sola notte. Ti ho amata con il corpo, con le mani sporche, con la bocca piena di silenzi rotti. 

E tu, mentre tentavo di darti tutto, cercavi di trasformarmi in qualcosa che non ero. 

Era più facile dire che ero troppo intenso. Troppo strano. Troppo ferito.

Ero troppo vivo per le tue domeniche morte.

Io ti sono venuto addosso con l’anima, e ti sei spaventata.

Avevi bisogno di un uomo che facesse finta di niente.

Non volevi chi ti dicesse che anche Dio, a volte, piange. O si masturba pensando a noi e alla nostra carne. 

Ho visto la tua ombra e l’ho abbracciata, ma avevi paura che ti portassi via anche l’ultima bugia che ti teneva in piedi.

Mi hai detto “Non sai chi sono”.

Invece lo sapevo. 

Tu non hai voluto sapere chi fossi io. Volevi uno specchio pulito, non me.

Ti ho scritto decine di pagine.

Ti ho pianto nel silenzio che segue le notifiche mute.

Ti ho lasciata andare ma non per saggezza: continuavi a scegliere il mondo che ti permetteva di dimenticarmi.

Hai sognato che saltavo da un palazzo e finivo in pezzi. Mi rialzavo sporco di sangue e tornavo da te. 

Sei diventata madre.

Hai partorito la vita, mentre rifiutavi chi ti aveva fatto sentire viva.

Ho sorriso col cuore spaccato, come si sorride a un miracolo crudele.

Eppure ti ringrazio. Ogni parte che hai rifiutato di me ora me la tengo stretta. Fa male, ma è mia.

Firmato Nelson Corallo, quello che ti ha fatto tremare, che non hai potuto capire e non hai voluto amare.


#3

Tante volte sono uscito dalla casa dei padroni, per trovarmi solo e senza soldi. Ho dovuto ritornarci per mangiare. E ogni volta che rientravo perdevo qualcosa di me. Un sogno, un’idea, un pezzo di voce.

Ti pagano mentre ti svuotano. Ti ascoltano solo se fai il buffone.

Ho digiunato, mi son nutrito d'aria, film e libri. Ho deciso di non bussare più. E se il mondo non mi invita alla festa, pazienza. Meglio non esserci che essere costretto a sorridere.

E ho messo a posto casa mia. C'è luce e ci sono piante verdi. Chiunque è benvenuto se non si impone. Casa mia è dentro e fuori. Ci ho fatto il nido e la bottega. Chi ha bisogno di me, me lo chiede. Mi dà quello che può.

Si sta bene a casa mia.

Si respira. Non c’è bisogno di fingere. Né la forza, né la felicità, né il genio. Ci si può sedere, ascoltare e stare zitti. Ci si può ferire, ma poi si chiede scusa.

Non si lavora per piacere, si lavora per esprimersi. Non si cerca il successo dei cretini, si cerca un senso. E chi entra con rispetto, resta.

A volte torno a guardare le case dei padroni. I lampadari, le pareti lisce, i salotti muti. Non ho più fame di quella roba. E ogni tanto, quando il cielo è pulito, arriva qualcuno che mi dice: “Qui si sta bene.”
E annuisco.
Perché è vero.
Perché stavolta la casa è mia.



#4 

Appunti su un incontro impossibile.

Ci siamo odiati nel nome assurdo dell'amore, pronunciando parole fatali, uscite dalle nostre labbra livide e secche come lame arrugginite di coltelli trovati per la strada.
Ce li siamo puntati alla gola, convinti di aver ragione.

Ci siamo derubati per vendicarci. 
Ci siamo lasciati per salvarci.
Ci siamo cancellati per respirare.

"Tu sei un errore",
"Tu sei un'illusione",
"Tu sei solo malinconia e non ti voglio più vedere".

Ci siamo chiusi nelle nostre case, nei pensieri, nelle trincee del rancore. Ma non abbiamo mai smesso di camminare e ritrovarci in un'altra dimensione. E tu questo lo sai.

Ma l’Amore, se non può essere vissuto e praticato nel quotidiano squallore di chi non rinuncia mai a niente, diventa Destino.
E come un vento ti piega, ti stacca i pezzi e ti lascia solo con l’eco di ciò che eri, il silenzio di ciò che potresti ancora diventare.

Sento l'amarezza di chi ha sbagliato, e il sapore dei tuoi errori.
So che anche tu lo hai fatto, di rimestare nelle nostre colpe e fingere di non capire. 
Amarsi da ragazzi è un errore imperdonabile per chi vuol conoscere il mondo e le sue illusioni. 

Scrivo appunti di inchiostro e sangue solamente per te.
Non ti ho protetta.
Non mi hai capito. 

"Dove saranno ora le poesie
che mi allontanarono
da tutto ciò che amavo
per arrivare dove sono ora
nudo 
e con una voglia pazza di incontrarti?"

E dove sono le tue insanabili follie, maledizioni woodoo e spilli conficcati nel mio petto, ora che hai capito che ti amavo più di me stesso? 

Un giorno ci rivedremo.
In un bar, in una stazione, o tra i sogni di qualcuno.
Ci sarà spazio a sufficienza e un tempo luminoso per dire “Non so più chi sei ma ti riconosco. Non voglio niente da te, solo verità.”

Ci sarà un abbraccio.
Lacrime.
Mani che si stringono e un bacio disperato.
Labbra che sanno di perdóno.
Esseri umani che sono morti a un tempo e ancora vivi.

Non so se ti amerò di nuovo.
Ma ti rivedrò con occhi limpidi.
Allora saprai che qualcosa non è mai finito.
E l’amore che non siamo riusciti a vivere, ci sorriderà da lontano.

Perché quel che siamo stati mi ha trasformato. E adesso amo anche ciò che non verrà. 


#5

Questa mattina mi sono svegliato sapendo cosa fosse giusto e cosa no. 
L'aria era già calda e densa di umidità mentre, nudo, camminavo verso la cucina per prepararmi il primo caffè. 

Oltre le tapparelle abbassate a metà intravedo l'estate anticipata e scomoda della maledetta Pianura Padana. Innaffio la pianta in soggiorno, accanto al pianoforte, dandole un bicchiere d'acqua. Sembra più grande, come se aspirasse afa e la proiettasse nelle foglie piatte e ampie.

Il caffè lo bevo amaro perché sto provando a fare a meno dello zucchero. Tento la pratica dell'autofagia: mi divoro da dentro. 
Mentre fumo la prima sigaretta, mi dico che dovrei comunque comprare qualcosa per la colazione di un eventuale ospite. Magari dei biscotti decenti. Qualsiasi cosa per chi dovesse svegliarsi e avere una necessità diversa dalla mia.

Ma non ci penso già più. 
Sempre nudo, sdraiato sul letto col ventilatore acceso, tra lenzuola azzurre e beige, stamattina riprendo contatto con un'istanza che è rimasta sopita troppo a lungo. Socchiudo le palpebre e godo del flusso d'aria fresca che mi rende la pelle elastica e gradevole al tatto.

Più tardi andrò in moto a casa di amici. Farà ancora caldo, mangeremo carne grigliata. Mi fa sorridere, perché se avessi fatto altre scelte, proprio oggi sarei andato in un'altra casa a mangiare altra carne con altri amici. Significa che era previsto che oggi avrei fatto questo, ma non era previsto con chi lo avrei fatto. 

Rivedo mentalmente le immagini di un film dove una cameriera di colore, snella e bellissima, seduce un giovane uomo dall'aspetto nordico e sua moglie, altrettanto bionda e chiara di pelle, diventando una coppia di tre persone. Complici. E nella fantasia quell'uomo sono io. Perché ne ho bisogno. 

Mi alzerò per fumare un'altra sigaretta, poi leggeró il secondo capitolo del romanzo che mi ha consigliato il mio agente.

Mi sento beato oggi.
Nonostante lo schifo, la rabbia, il rancore, l'idiozia e l'ignoranza che mi circondano. Nonostante l'odio e la guerra. Nonostante la puerilità, la falsità, l'ipocrisia degli esseri umani con cui ho avuto e con cui avrò a che fare. Nonostante i calcoli, i guadagni, le perdite, i furti, gli esborsi, le tasse e le multe. 
Nonostante tutto, anche voi. 

Oggi mi sono svegliato con la consapevolezza di essere nel posto giusto, in uno stato di grazia quasi perfetto, perché tanto tempo fa ho scelto di assomigliare a me stesso. 
"Questa è una cosa che potrei pubblicare", e mentre lo dico so già che è una pagina scritta. 



#6

Vorrei che tu, 
come una ninfa
- nuda -
su una spiaggia dell'Egeo, 
venissi investita dalle onde di un mare caldo e pulito, 
che ti sorprende sulla riva,
- orgasmo dopo orgasmo - 
coprendoti d'acqua salata. 

Ondate ed ondate di piacere,
che ti arrivano da me, 
- ovunque io sia - 
capace di risvegliarti i sensi
e farli esplodere di luce. 

Come un dio degli abissi, 
vorrei immergerti in un amore umano e divino, 
per darti il piacere assoluto. 

Bagnata, esausta, in pace, 
ti vorrei fino a notte, 
sotto il manto nero trafitto di stelle. 

Non ho più tempo per il dolore.
Non ho più fame di conferme.
Ho un sesso che pensa e un cuore che gode.
Li sento esplodere entrambi.

Vieni. 
Non ti metto un collare, non ti lego a me.
Dimentica i silenzi tiepidi in cui hai dormito.
Partorisci il desiderio ad alta voce.
Gridami parole che non sapevi di conoscere.

Ho imparato l'eros.
Ho imparato la distanza.
Ho imparato la compassione e il disprezzo sacro.
Ma ti voglio.
Con ogni goccia del mio mare caldo.

Fisico, mentale, animico.

Vieni. 


domenica 12 settembre 2021

Ancora una volta "Fight Club" in tv



Ancora una volta "Fight Club" in tv, seconda serata, divano e sigarette. Bel film tratto da un grande romanzo, aveva ragione su tutto ma non ha cambiato il mondo. Mi chiedo quale sia l'illusione più grande dell'epoca che sto vivendo. La pretesa di sapere tutto? Il protagonismo che ha superato i 15 minuti di notorietà previsti da Andy Warhol? La possibilità di una società davvero democratica? La certezza di un'Apocalisse? Su cosa crediamo di stare lavorando per poi accorgerci che era un'illusione bella e buona? Sapendolo potrei almeno tentare di smontarla.
Togliendomi di dosso la maggior parte delle responsabilità da piccolo borghese ho potuto fare ciò che ho fatto della mia vita, personale e lavorativa. Non ho accettato un tipo di carriera, non mi sono sposato, non ho fatto figli, non ho acceso mutui. Poi le responsabilità mi hanno raggiunto lo stesso ma ho goduto a fare come mi pareva, segretamente aspettandomi una soluzione finale, una ricompensa al mio dissenso. Era un'ottima illusione.
Sono ancora qui, sul divano, un po' insonne, un po' arrabbiato, un po' speranzoso. Vorrei uno scopo, uno qualunque adesso, per non sentire la mia inutile presenza al mondo. Ecco perché ogni volta aspetto una chiamata da fuori, un segno esterno. A forza di seminare vento, oggi, dovrei raccogliere la proverbiale tempesta. Nulla.
Per il resto desidero donne che non ho e maltratto quelle che ho. Un tempo contestavo le madri che dicevano alle loro figlie "lascialo perdere, è un inutile narcisista", ora do loro ragione. È un fatto di correttezza essere sufficientemente sincero, tanto non mi danno ascolto in ogni caso. Le donne che volevo mi avrebbero fatto fare un'altra vita, non questa di certo, perciò è proprio questa che volevo, inutile piangermi addosso. Ho ancora testosterone a quanto pare. Quindi me la prendo con la vita e con nessun altro. Me la prendo con me stesso perché non mi spremo abbastanza e non trovo soluzioni utili. È colpa mia se sopravvivo male in questa società di merda, a sua volta piena di colpe. Ma le mie sono mie e basta. Ho trattato le donne che non ho amato esattamente come la vita tratta ora me, mi pare equo. Solo che le donne da me possono prendere le distanze, sposare un altro, accendere mutui, farci figli - ne ho già viste diverse incinte e fa impressione - mentre io non posso prendere le distanze dalla vita. E nemmeno da me stesso.
Cercando un'occupazione stabile accetto di essere un consumatore, un anti rivoluzionario, un bisognoso qualsiasi che semmai potrà dedicarsi alle riflessioni nel poco tempo libero che gli resta.
In "Fight Club" c'è un piano ben preciso per far crollare la società, instaurare l'anarchia e puntare verso un mondo nuovo senza consumismo né ipocrisia, Tyler Darden sogna metropoli invase dalla natura e uomini e donne vestiti di pelli mentre essiccano carne di cervo al sole. Ma il suo vero se stesso gli impedisce la rivoluzione e trova l'amore in Marla Singer. Crollano i palazzi ma si capisce che quei due metteranno su famiglia, presumibilmente in un mondo non troppo diverso.
Le donne di sessantanni iniziano a guardarmi con la stessa golosità con cui io fisso le ventenni. Sono ancora una volta in un'epoca di mezzo. A volte mi illudo che qualcosa possa cambiare addirittura per me, per quanto penso che ciò che è stato finora è esattamente ciò sarà sempre, per me. Un uomo non lo cambi. Nessun riscatto per chi ha giocato a dadi con la vita, solo una straziante attesa mentre altre donne si allontanano e restano incinte. Me lo merito, non c'è che dire.
Prima si scriveva convinti di avere una possibilità nell'editoria, per sconvolgere qualche ipotesi, destare scalpore, creare traumi, oggi si scrive perché lo fanno tutti, e quelli che verranno pubblicati lo si è deciso prima poiché vendono già sulla carta. Ironico. Anche il cinema si è sgonfiato nel suo potere immaginifico. Cosa riesce ancora a stupirci?
Nulla.
O forse, e questo è un mio pensiero, la cosa che riesce ancora a stupirci è la complessità di un ragionamento, ossia la capacità della mente umana di raggiungere limiti e superarli, andare oltre l'ovvio, il già detto, il già visto e sentito. L'intelligenza, il genio, ecco, il nostro nuovo Messia, ciò che bramiamo, una mente eccelsa che arrivi prima del meteorite che dovrebbe spazzarci via. Dovrebbe, forse, non lo so.

venerdì 18 gennaio 2019

Luna piena e Sailor Moon

Luna piena e Sailor Moon

curvy sailor moon
Milano, venerdì 18 gennaio 2019.

Mi sono svegliato perché la mia ragazza mi ha fatto svegliare. Doveva uscire di casa e voleva un passaggio fino alla metropolitana. Ho bevuto il caffè in fretta e siamo scesi in strada. Lei era nervosetta, fase premestruale, mentre io stordito e infreddolito al volante.
L'ho salutata con un bacio e un pensiero maligno, poi sono entrato in tangenziale, zona ovest. 
Dopo poco un tipo mi ha superato brutalmente sulla corsia veloce e mi sono distratto, ho sbagliato strada. Quindi ho dovuto pagare due caselli inutili per tornare indietro. E quando ero quasi arrivato a casa mia, anche una tipa mi ha suonato il clacson bestemmiando sulla rampa per uscire dalla superstrada. Le leggevo il labiale dallo specchietto retrovisore, diceva cose davvero poco carine su di me. Il fatto è che non avevo guidato male o altro, ne sono sicuro. Era gente nervosa di suo. 
Unica cosa buona, s'è diradata la nebbia ed è uscito il sole. Sono andato a fare la spesa al discount e ho visto che c'era troppa gente in coda alla cassa. Strano, dove vado io di solito non c'è nessuno o quasi. 
Ho mangiato, avevo fame, ho aggiunto peperoncino sulla pasta. 
Nel pomeriggio un mio amico mi ha telefonato, era arrabbiato di brutto per una storia d'amore finita male da poco. Eppure fino all'altro giorno era depresso, semmai. Invece oggi pareva un leone. Era nella fase della rabbia furiosa, quella che viene dopo la negazione. Gli ho detto "bravo, ma ricordati che è una fase...".
Ho finito un lavoro e sono andato a correre nel parco, ho fatto le flessioni, gli addominali, tutto. E mi è salita una forza cattiva, come quando facevo boxe. 
Che cacchio succede in 'sti giorni? 
Certamente, è vero, fra poco è luna piena. Il 21 gennaio precisamente. È il periodo della dopamina, cioè il neurotrasmettitore dell’eccitazione. In più mi ha telefonato la mia ragazza, le sono arrivate le mestruazioni. Anche 'sto mese non sono padre.
Allora ho riso perché mi è venuta in mente Sailor Moon ma in versione "pienotta". E il bello è che ho trovato un'immagine così sul web.
State attenti fino a lunedì, se vi sentite strani, potete dare la colpa alla luna. 
Poi basta però.

lunedì 13 novembre 2017

Un bacio in tasca

Un bacio in tasca



Saranno state le undici del mattino di sabato. Sulla metro lilla, tornavo verso casa dopo una commissione. Me ne stavo seduto in un angolo mentre il vagone senza conducente scivolava sottoterra, pilotato da chissà quale congegno. Pensavo tra me e me che fossi stato un bambino avrei voluto sedermi davanti, dove c’è la vetrata e i binari ti scorrono incontro, come fossi tu a guidare. Ma non sono un bambino, sono un cagnaccio pressoché adulto. Fatto sta che tutti i posti erano occupati, gente varia un po’ infreddolita, un po’ assonnata. Questo non è un racconto dove si parla di umanità meschina o altro, è solo un fatto che mi è capitato - per caso - in metropolitana. 
Me ne stavo seduto in un angolo, col giubbotto di pelle da motociclista tutto allacciato, stretto, con la cerniera fino a su, che però si chiude di lato. Mi piace il mio giubbotto da motociclista, l’ho preso tanti anni fa in un mercato dell’usato a Napoli, anche se non avevo la moto. E' come una corazza di cuoio dove mi sento protetto.
Il vagone si ferma accanto alla banchina, dalle porte automatiche entrano altre persone. Sarei bugiardo se dicessi di non aver notato una ragazza, forse di vent’anni, capelli lunghi e scuri, corpo snello, farsi strada verso di me. Non che volesse me, voleva solo venire dalla parte del vagone dove stavo io. Resta in piedi, chiusa nel giubbottino stretto, forse ascolta musica dagli auricolari. Ne ho viste un milione così in metro. Giovani ragazze, snelle, auricolari, sguardo apparentemente distratto. 
La metro riparte, quasi socchiudo gli occhi stringendomi di più nel giubbotto di pelle che fa quel suono di pelle che mi piace tanto, ma davanti al mio sguardo spunta il pancione di una donna incinta e là rimane, tondo e materno. Non ci ho messo molto ad alzarmi per cederle il posto. 
Lo dico subito, non è una questione di galanteria o senso civico, il mio è senso di colpa. Non ce la faccio a non lasciare il posto a una donna incinta oppure a una signora anziana o chiunque altro mi dia l’impressione di averne bisogno. Mi sento sporco altrimenti. E l’ho fatta un milione di volte questa cosa di alzarmi senza dire nulla, giusto un cenno del capo, e mettermi in piedi vicino le porte automatiche. Senza alcun eroismo.
Solo che stavolta la ragazza di vent’anni, bruna e snella, ha assistito alla scena; e deve avermi proprio notato, perché ha fatto una cosa “antica”.
Mancavano ancora un paio di fermate alla mia, poi avrei preso la linea gialla in direzione Comasina. Sarei un bugiardo se dicessi di non aver osservato le cosce sode della ragazza di vent’anni riflesse nel vetro. L’ho fatto eccome, come l’ho fatto un milione di volte e amen. Vedo che lei inizia a trafficare nella borsetta che tiene a tracolla e in tutta fretta prende un’agendina da cui strappa un foglio. Noto il gesto e noto anche che stappa un bel rossetto rosso uscito anche lui velocemente dalla borsetta, se lo passa sulle labbra facendo poi quel bacio a schiocco nell’aria, avete presente no?
Il vagone inizia a rallentare, si vede la prossima fermata apparire dal fondo del tunnel. La ragazza prende il foglietto di carta strappato e gli stampa un bacio forte sopra, lo osserva  sorride soddisfatta e mentre le porte scorrevoli si aprono cammina verso di me, guardando proprio me. Senza dire nulla mi porge quel bacio che io prendo per istinto, esce dal vagone e se ne va. Resto un attimo intontito, sento qualche sguardo della gente addosso, forse arrossisco. Proprio io, che sono un cagnaccio pressoché adulto, arrossisco.
La cosa interessante, per me, è stato il sovrapporsi del ricordo di mia nonna in tutta questa storia. Già, è così. Mia nonna Ines, che anche a settant’anni si metteva il rossetto per uscire di casa, era un’anziana donna che un tempo era stata giovane, bruna e snella. Quel gesto del rossetto e del fazzolettino che poi usava per asciugarsi le labbra io l’ho visto per anni fatto da lei. Non da mia madre, eh, ma da mia nonna. E l'ho rivisto quel sabato mattina nella ventenne sconosciuta; che non mi ha chiesto il numero di cellulare per mandarmi un watzap con l’emoticon di un bacio, e non mi ha dato nemmeno un bacio se per questo, ma mi ha regalato un foglietto di carta con le sue labbra rossettate impresse sopra. E perché? Perché ho ceduto il posto a una donna incinta, già.
E’ stato un gesto antico. 
In quella serie di piccole azioni ho rivisto una donna che non c’è più e uno stile talmente anni ’50 da sembrami strano in quel contesto metropolitano, moderno, automatizzato, milanese e imbruttito. Eppure è stato. Tant’è che mi sono ritrovato in tasca un bacio, fino a casa.

La morale della storia? Non lo so. 
Forse avrei dovuto correrle dietro e dire “Signorina, mi permetta di offrirle un caffè…” o cose così ma credo di no. Si sarebbe rovinata la poesia un po' retrò di incertezza. Forse era un modo per ricordare a me stesso che certe tradizioni saltano fino a rincontrarsi nei gesti dei pronipoti anziché dei figli, e che se la mia generazione queste cose se l'è dimenticate quella dei ventenni potrebbe fare meno schifo di quanto temiamo. Forse nulla.
E’ bastato il riflesso sovrapposto di un gesto antico ed attuale a ricompensarmi quel sabato mattina. 
A casa, poi, mi sono svuotato le tasche della giacca di pelle, ho tolta la tessera ATM, le monetine, gli occhiali da sole - che non servivano - e un bacio su un foglietto. Li ho appoggiati sul tavolo e ho scattato una foto, perché mi potesse servire per scriverci un raccontino sopra; così magari domani qualcuno si alza per lasciare il posto a una donna incinta, e forse se ne torna anche lui con un bacio in tasca.

domenica 11 giugno 2017

Just send chocolate

"Non c’è niente di speciale nella scrittura. 

Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare"


Ernest Hemingway



Dunque, a un certo punto ho capito di dovermi dare una calmata, altrimenti finivo male. Male davvero, senza scherzi. É molto più facile impazzire che restare sani, in ogni caso. Anche se non si va in cronaca nera il mondo è pieno di gente folle che soffre, e mi dispiace senz'altro. Fosse per me dovrebbero essere tutti liberi e soddisfatti, pieni di consapevolezza e amore. Liberi, soprattutto, di quella libertà che va di pari passo con la cultura e il rispetto proprio e altrui. Ma non è così, purtroppo. 
E come dicevo all'inizio, ho rischiato di brutto di diventare un matto, magari integrato in una società malata, ma pur sempre un matto. Cosa mi ha impedito di esserlo? I libri, innanzitutto, e la scrittura. La psicologia, la filosofia, i film giusti, l'arte, la musica. Alcune persone, anche. Sí, certi rapporti mi hanno salvato. Altri no, anzi, hanno rischiato di portarmi ancora più a fondo. Ne ho conosciuta di gente fuori di testa, soprattutto mentre mi "disintossicavo" da dinamiche malate. Oh, facevo schifo anch'io, non dico di no, però mi ci mettevo d'impegno. Sia a far schifo che a venirne fuori. Ma in quel periodo di transizione lasciavo spazio a persone borderline che non si capiva esattamente cosa volessero. Addirittura qualcuna tentava di guarirmi. Venivamo da me, mi coccolavano, seducevano, si facevano spazio nel mio quotidiano confuso, entravano nella mia vita e provavano a darmi dei consigli. In realtà cercavano aiuto, forse più di quello che cercavo io stesso, per me. Loro davano qualcosa a me per ricevere qualcosa da me. E quando me ne accorgevo, Cristo Santo, rompevo il dialogo. Perché stavo male di mio, cazzo, e gliel'avevo detto che stavo provando a uscirne, ma loro niente. "Solo io ti capisco e solo tu puoi capire me!", dicevano loro, senza accorgersi che non ero né il loro psicologo e nemmeno un loro amico. Già, era dura da accettare dopo tutte quelle ore passate a parlare di traumi, aspettative e delusioni. Lo stesso non ero un loro amico, ero solo uno confuso, pieno di rabbia e paura, che tentava di non morire. Allora quelli tentavano di farmi fuori. Soprattutto le donne, giá. Tutta la rabbia repressa per gli ex fidanzati, padri, fratelli, sconosciuti etc. ricadeva su di me, perché io ero Nelson Corallo*, l'infame. E dovevo pagare, in un modo o nell'altro anche per i cazzi altrui.
All'inizio me la prendevo. Rispondevo male e giocavo ad alimentare la loro rabbia, perché in fondo ero un sadico, pensavo addirittura che mi cercassero proprio per quella mia virtù oscura. Insomma, mi dicevo "Che cazzo, se avevano voglia di parlare con me, andava bene. Leggevano le mie storie di sesso, ok, magari ci si confrontava, però chi le conosce? Mica erano le ragazze che avevo odiato oppure amato, o tutte e due le cose. Erano persone virtuali. Anche quelle con cui avevo bevuto qualcosa, dal vivo, anche loro erano sconosciute in fondo. Eppure pretendevano da me "qualcosa". E allora vaffanculo!"
Mi sentivo depresso, arrabbiato, e ancora depresso. Ma alla fine provavo pena. Perché nel frattempo vedevo un po' di luce, una certa chiarezza e luminosità nella mia vita, dopo tanti sforzi. Allora restavo semplicemente zitto. E continuavo i pochi rapporti sani che ero riuscito faticosamente a costruire con altre persone. Formichine, bricioline, cosettine belle. 
Certo, ogni tanto avevo delle ricadute, tipo che una leggeva le mie cose e mi scriveva. Faceva complimenti, piccole fusa notturne ma non capiva. Proprio non capiva che se mi avesse detto "aiutami", l'avrei fatto. Col cuore. Invece lei mi provocava nonostante fossi "morto", tentava di parlare col mostro di me stesso, che rispondeva sibilando, e dopo un attimo le chiedeva di mandare almeno delle foto zozze, o di venire a scopare portandosi dietro un'amica cagna, diceva che se proprio voleva resuscitare la mia ombra, Cristo di Dio, lo facesse nella maniera più sordida e porca possibile! Non carezze, non paroline, non timide provocazioni ma SANGUE e CARNE, ANIMA CORROTTA, PORNOGRAFIA, DEPRAVAZIONE...
Niente.
Perché loro non volevano giocare per davvero, non fino in fondo. E non volevano nemmeno cambiare vita. Ché se lo avessero voluto, giuro, avrei potuto dare una mano. Perché sono un esperto ormai, lo so fin dove si potrebbe arrivare a far schifo, ma so anche come si fa a tornare indietro prima che sia troppo tardi. 
Dopo aver scritto "La Morte di Corallo*", sono cambiato. E' stato il mio passaggio in un'altra dimensione, giuro. Un personalissimo attraversamento del fiume Giordano, dove si lasciano le pietre alle spalle e non si guarda indietro. Ma molta gente non l'ha capito, all'inizio nemmeno io, in effetti. Allora ho dato lezioni private di scrittura autobiografica e studio degli archetipi. L'ho fatto per i soldi, anche per i soldi, perché ho un diploma di master in scrittura e regia. E l'ho fatto anche perché lo so fare. Infine l'ho fatto per dimostrare che non ero più quello di prima, quel bamboccio che chiedeva, chiedeva, chiedeva aiuto, commiserazione e cioccolata emotiva senza mai cambiare. No, ero diverso rispetto all'inizio di tutta la faccenda.
Quindi dicevo che davo lezioni di scrittura e vedevo che in molti/e mollavano quando si arrivava troppo vicini al "mostro" che ognuno deve per forza incontrare, riconoscere e sconfiggere, oppure trasformare, per andare avanti. Mollavano perché fa paura, è normale. Il problema è che poi  se la prendevano con me, con Nelson Corallo*, con tutti, tranne che con loro stessi. Mollavano ma pretendevano la mia "amicizia". Dicevano "Noi siamo uguali, io e te", ed io li guardavo e dicevo "No, non è così", ma quelli a insistere "Tu DEVI essere mio amico! Siamo PARI!", "Ma quale parità?!", rispondevo, "Che manco mi rispetti dopo tutta la merda che ho dovuto ingoiare e poi ripulire. Che ancora mi vedi come un sociopatico mentre non ti accorgi di quanto sei infognato/a nel tuo stesso fango, e non ti sforzi per uscirne". 
E mi dispiaceva. 
Ci vuole forza e impegno. 
Io l'ho fatto.
"Tu sei un arrogante! Ti metti su un piedistallo e sei troppo severo!", dicevano ancora, "E cazzo, sì! Sono spietato con te perché lo sono stato con me stesso, Cristo Santo!", rispondevo, "Altrimenti a che serve? Noi non siamo amici! Siamo persone che vogliono uscirne!". Niente, tentavano di farmi fuori lo stesso, come se fosse proibito avere un minimo di esperienza alle spalle.
Però altri non hanno mollato, sono pochi. Quelli a cui ancora do una mano, gli faccio vedere i trucchetti, li accompagno nel percorso. E li vedo diventare liberi, forti, consapevoli. Alla fine diventiamo amici per esigenza naturale oppure ognuno va per la sua strada, serenamente.
Voi?
Che volete, voi?
Cioccolata?
Ok, se siete in cerca di un momento di passionale oscurità per poi tornare a fare finta di niente, se vi rivolgete a me perché vi piace la maschera di Nelson Corallo*, e se siete femmine, almeno quella cioccolata fatevela sciogliere addosso e alla fine SCO-PI-A-MO!
"Scopare, fottere, ficcare", vi direbbe Nelson Corallo*, perché lui era malato e tossico ma era anche un idealista. Nella sofferenza si svenava fino in fondo. E ci vuole coraggio, anche a fare cose folli. 
Già. 
Per il resto è sufficiente la mediocrità.