domenica 5 agosto 2018

"La camicia hawaiana"

"La camicia hawaiana"

di

Nelson Corallo*



Tu di solito non indossi camicie con fantasie floreali, tipo quelle hawaiane.
Stamattina lo hai fatto. 
Ora ti godi una regata di barche a vela mentre bevi succo d'arancia ghiacciato, seduto al tavolo di un albergo di lusso.
Sei soddisfatto. 
Stanotte hai penetrato ripetutamente una bionda dalle gambe chilometriche, occhi verdi, labbra rosse, soldi facili. Non ti dispiace averla dovuta pagare. 
Fai un sorso, osservi le vele che scivolano nel sole e ti dici che la vita ha un prezzo. E tu puoi pagarlo, con carta oro.
Tu, stamattina, hai ricevuto un invito. 
Te lo ha consegnato il cameriere. Scritto a mano su carta intestata, lettere platinate. 
E perdi ancora qualche minuto prima di presentarti a bordo piscina, dove una coppia di sposi inglesi aspetta te. Li hai conosciuti al ristorante prima di andare a puntare qualche mucchietto di fiches sul tavolo verde, mentre una pallina - una perla magica - rincorreva numeri rossi e neri. 
Marito e moglie stavano seduti accanto a te. Te li ricordi bene, soprattutto lei, perché pareva invitarti con gli occhi, gli stessi sul cui fondo hai scorto una sensualità nascosta, stemperata nell'ovale del viso anglosassone. Ti sei chiesto se fossero annoiati in cerca di un terzo, per fare giochetti, per abbattere la routine. Così hai trovato un pretesto educato per presentarti e poi concludere la serata chiacchierando, amabilmente. 
La coppia si è rivelata essere ricca, del tuo ambiente, proprietaria di barca a vela all'ormeggio poco distante dalla costa. Ed è proprio a bordo della tre alberi che vi recherete, dopo il brunch, per trascorrere un lussuoso pomeriggio assieme. 
È per questo che hai indossato una camicia hawaiana. 
Ma solo perché te lo ha chiesto lei, per iscritto, sull'invito che conservi in una tasca del pantalone leggero.
Sulla superficie del mare bagliori accecanti raggiungono i tuoi occhi e le scie delle barche disegnano arabeschi spumosi nelle manovre veloci. 
Gabbiani impazziti solcano bassi il cielo azzurro, spiegando ali stilizzate all'orizzonte.
Tu non termini di bere il succo d'arancia.
Un raggio di sole, adesso, è penetrato di nascosto da uno spazio aperto nell'ombrellone sul tuo tavolino.
Ti alzi. 
Percorri la terrazza panoramica dove americani gonfi, visi scottati, stringono occhi grigi sullo schermo immaginario che inquadra cielo, mare e barche impegnate nelle manovre. Loro non fanno caso alla tua camicia hawaiana ma tu senti il disagio di chi indossa qualcosa che non avrebbe voluto esistesse. Come una colpa.
Scendi le scale che ti conducono al lussureggiante giardino. 
Alte palme dal fusto a scaglie dominano lo spazio. 
La superficie azzurra della piscina è increspata, attempate signore annaspano con grazia.
Individui la coppia. 
Lei indossa una gonna bianca ed una polo rosa. Lui ha l'aria da inglese in vacanza. Ti fanno un cenno, ti avvicini, ti siedi con loro.
Tagli la tua fetta di melone e sorridi alle cortesi attenzioni dei tuoi ospiti. 
Lei, mentre lui parla al cameriere, ti sussurra d'aver apprezzato molto il gesto di cortesia nell'indossare la camicia hawaiana. 
Il brunch prosegue, si alternano portate e credenziali dinastiche.
Tu provieni da una casata d'industriali tedeschi e nei sei orgoglioso rampollo.
La coppia anglosassone vanta conoscenze nell'ambito commerciale, frequenta luoghi di villeggiatura in cui probabilmente non vi siete incontrati per un semplice scherzo del destino. Eppure non li identifichi con precisione nel panorama degli abbienti di cui tu fai parte. Ma che importa ora? Lui non desidera affatto esserti sgradevole, si sforza nel dissimulare la riservatezza inglese che lo porterebbe ad annuire con sufficienza alle tue parole. Ad annuire ci pensa lei, ma lo fa con grazia, nell'azzurro degli occhi che brillano al di sopra delle gote bianche punteggiate di efelidi.
Tu pensi che lei ti voglia.
Nonostante qualche formale ed educata protesta da parte tua, loro pagano il conto e ti scortano all'esterno dell'albergo, per raggiungere il molo. 
Durante la passeggiata sul lungo mare lei ti chiede il braccio e tu glielo concedi con garbo. 
Lui parla al cellulare, con il fastidio di chi vi è costretto. 
Camminate sotto il sole. 
Vedi il riflesso di te stesso nei vetri oscurati di una lussuosa automobile che scorre lenta al tuo fianco. Osservi la camicia hawaiana disegnare fiori sulle superfici lucide della vettura dissolvendosi al suo passaggio. 
Lei ti stringe il braccio e senti il sangue scaldarsi.
Al molo vi aspetta il solerte addetto al gommone di servizio, che vi porterà a bordo della tre alberi ormeggiata.
I gabbiani solcano il cielo, a squadre, lanciando grida acute verso il mare.
La regata prenderà nuovamente inizio nel pomeriggio.
Il porto si allontana nella spuma del natante che fa rotta verso la barca lasciata all'ancora fuori della portata dei curiosi. 
Tu pregusti il menàge a trois che hai sempre desiderato, con lei che si concede, mentre il marito sorseggia sherry.
A bordo non c'è nessuno, tranne te e la giovane coppia.
Lui ti parla della strumentazione di bordo e tu annuisci cercando gli occhi di lei. 
La donna scende in cabina, ti invita a trovare un pretesto per seguirla ma lui ti trattiene ancora, invitandoti a bere champagne sul ponte. Ti porge un calice e tu lo alzi con deferente malizia.
Chiedi gentilmente di poterti servire della toilette e lui ti invita a scendere verso le cabine.
Muovi passi lenti e sorridi all'immagine di te stesso riflesso in uno specchio, con addosso quella stupida camicia hawaiana. Poco importa, tra poco te la toglierai di dosso.
Esci dal bagno, dopo aver controllato l'esattezza della tua persona.
Mentre percorri lo stretto corridoio, avverti il rollio della barca e ti reggi al corrimano di legno pregiato.
Intravedi in una cabina le gambe di lei, seduta sul letto, che ti aspetta.
Ti appoggi allo stipite della porta e la penombra ti protegge. 
Dall'oblò entrano i riflessi del mare blu mentre accarezza lo scafo della barca ondulante. 
Senti una mano invisibile e leggera provocarti brividi. La tua testa riceve immagini e suoni attutiti. 
Sorridi. 
Lei ti fa cenno d'avvicinarti. 
Muovi un passo e ti pare che il suolo si sposti di lato. Barcolli, pensi al movimento traditore del mare e guardi gli occhi di lei, azzurri, che ti invitano. 
Ancora un passo e l'avrai. 
Il torpore adesso si trasforma, ti cinge le tempie con una benda di raso nero. Le immagini scolorano, la penombra avanza. Dall'oblò il blu del mare si colora d'inchiostro. 
Tu svieni.

Ti risvegli. 
Hai la bocca secca e un senso di appannamento che ti porta verso il fondo della tua stessa coscienza. Lì c'è un segreto che nessuno dovrà mai conoscere.
Qualcuno ti tiene la nuca e vuole che tu apra gli occhi, adesso.
Compi uno sforzo ma hai la testa pesante. 
Ricadi sul mento. 
Senti di non avere più addosso la camicia hawaiana. 
Il tuo petto liscio, nudo. 
Le tue mani, legate dietro la schiena.
Lei ti guarda. Ma quel velo di malizia che fino a prima aveva tenuto nascosto, adesso avvampa. Lei ti fissa con una malizia tutta nuova, che non ha nulla d'erotico. 
Avverti rumori provenire dal ponte, proprio sopra la tua testa pesante. 
La barca sta prendendo il largo.
Ti chiedi il perché della situazione. 
Non fai in tempo a darti una risposta, ti distrai nel vedere che la tua stupida camicia a fiori è piegata meticolosamente sul letto.
Volti lo sguardo, in cerca di lei, per chiederle cosa ti sia accaduto ma un dolore tagliente ti squarcia il petto.
La donna ti colpisce ripetutamente con un bastone appuntito.
Le ferite si aprono con facilità.
Dal petto i colpi salgono al volto.
Tu sputi sangue. 
Gocce dense di plasma ricadono con schiocchi secchi su un'incerata di plastica stesa attorno a te.
Lei continua a colpirti e quegli occhi poco prima invitanti adesso brillano demoniaci nella penombra.
Sadica ferocia.
Il dolore che provi è una sorpresa di fanciullo. Uno scherzo crudele subìto per sbaglio. La delusione ti sgorga dalle palpebre e si mescola alla materia cerebrale che ti fuoriesce dal cranio, colando sulla tua fronte. 
Il potente anestetico che hai bevuto con lo champagne termina di colpo il suo effetto. 
Tu senti il dolore e l'orrore dei tuoi ultimi momenti di vita.
Sollevi la testa. 
Ricevi colpi. 
In un lampo, in un istante, in un bagliore, ripensi a quel segreto che giace dentro di te. 
Nel corridoio appare lui. 
L'uomo ha gli zigomi tirati allo spasimo mentre carica un fucile da sub con un arpione, e te lo punta contro. 
Lei respira forte, per riprendersi dallo sforzo nel maciullarti il cranio.
Lui trema, lei lo sprona, lo graffia, gli ordina di premere il grilletto.
Non sei tu, vorresti gridare, non volevi! 
E’ il tuo segreto che si dibatte nel petto.
Vedi il bagliore del tridente inserito nella canna del fucile.
Istantaneamente senti che il tuo petto scoppia. 
Spalanchi occhi e bocca in una smorfia di stupore acuto. 
Il tuo cuore esplode. 
E tu sei morto.

Io di solito non indosso camicie con fantasie floreali, tipo quelle hawaiane.
Stamattina ho fatto uno strappo alla regola. 
Ma c'è una ragione a tutto questo.
Adesso mi godo l'orizzonte sgombro mentre bevo succo d'arancia, seduto al tavolo di un albergo di lusso.
Sono soddisfatto per le ore trascorse con la bionda dalle gambe chilometriche, occhi verdi e labbra rosse, che mi ha tenuto compagnia  - a caro prezzo - stanotte. Non sono io a pagare, c'è chi mi finanzia.
Il problema è un altro.
Tre giorni fa, il giovane tedesco che tenevo sott'occhio per conto della mia Agenzia non è più sceso da una tre alberi su cui era salpato nella tarda mattinata.
E questo mi provoca un certo fastidio.
I miei finanziatori pretendono aggiornamenti continui sulle condizioni del rampollo di famiglia teutonica, il cui ricco padre, adesso, è alquanto contrariato.
L'ultima volta che l'ho visto, personalmente, credevo stesse per godersela con una coppietta di inglesi in preda alle voglie di un menage a trois.
Il fatto è che la coppietta è tornata a cenare all'albergo ma del tedesco nemmeno l'ombra.
Forse, mi son detto, ha deciso di stabilirsi sulla barca a vela per continuare a fare il porco con la signora, senza dare nell'occhio. Però, durante le mie perlustrazioni, il tale non è mai apparso né sulla barca né altrove.
Tranne stamattina, in effetti. Quando si è fatto vivo su una spiaggetta poco distante dalla città.
Lo hanno ritrovato squartato e piuttosto morto.
Non che per me sia un grande lutto, ma devo risponderne all'Agenzia.
La notizia è passata sotto silenzio, nel senso che a ritrovarlo è stata la polizia, così è riuscita ad arginare i giornalisti. Ma manca poco prima che lo scoop sia noto a tutti. E quando dico tutti, intendo tutta la ricca comunità industriale europea che non aspetta altro per far crollare il mercato finanziario.
Finisco il succo d'arancia, prima che si scaldi. 
Un raggio di sole è spuntato all'improvviso da un taglio nell'ombrellone che mi ha protetto fino ad ora nell'ombra. 
Non so perché ma adesso avrei un urgente e malsano bisogno di ascoltare qualcosa di Frank Zappa. Peccato, non mi è possibile. 
Ieri sera, come al solito, ho fatto un paio di puntate al casinò. Ho perso una cifra di tutto rispetto alla roulette e ho passato un paio di banconote a chi di dovere. Dopo poco, grazie al potere persuasivo del cash, mi è giunto un invito a bordo piscina, per il giorno seguente. Così oggi sarò gradito ospite di una coppietta anglosassone che dovrà darmi qualche spiegazione, con garbo e gentilezza, s’intende.
Con l'invito mi è giunta anche una richiesta sgradevole, quella di indossare una camicia hawaiana. 
Ho alzato la cornetta e ho ordinato una camicia a fantasie floreali al consierge dell'hotel. Metta in conto, l'Agenzia penserà a tutto. 
Il fattorino me l’ha portata correndo, gli ho lasciato una miserabile mancia.
Certo la vita è davvero strana, ho detto all'immagine di me stesso riflesso nello specchio del bagno, indossando la ridicola camicia mentre la bionda si rivestiva in camera da letto, ghermendo la sua strasudata paga. 
Adesso è il momento di conoscere personalmente i miei ospiti.
Mi alzo, scendo le scale. 
Americani dagli sguardi feroci, gonfi di cibo, fumano sigari. Vecchie troie annaspano nella piscina e la mia vita è un rebus che non riesco proprio a risolvere. Ma dopo anni trascorsi a farmi domande aspettando risposte che non sono mai giunte a destinazione, ho preso una certa abitudine a stare così, sospeso, al servizio dell'Agenzia. 
Ho smesso di occuparmi dei miei giorni. Ho cominciato a pensare a quelli degli altri, forse per trovarci un senso. Che – però - non c'è.
Il mio cellulare vibra, garbato. 
L'Agenzia mi passa un paio di informazioni, quelle che stavo aspettando. 
Io sorrido, perché peggio non poteva essere. 
Ma io lavoro lo stesso, anche ora che sfoggio un sorriso cordiale assieme ad una orribile camicia hawaiana e mi avvicino al tavolo degli inglesi.
Se lei appare bella, eterea, fastidiosamente corretta, lui è più bianco di quanto un anglosassone dovrebbe essere.
Ma che diamine, mi dico, sfoggiando il mio impeccabile english mentre mi presento ai signori, bisogna restare tranquilli. In fondo viviamo nel lusso, no? 
Ed ho la certezza che il rampollo tedesco fosse in loro compagnia, fosse salito sulla loro barca e non ne fosse più sceso. Ma, certo, non gliene faccio menzione. Sarebbe fuori luogo adesso.
Con la scusa d'essere un mediatore d'affari parlo di alcuni progetti commerciali, domando perdono per la mia sfacciataggine nell'essermi permesso di chiedere udienza. Ed il biondo mi deve ascoltare, perché deve recitare la parte di chi non ha nessun problema, nessun omicidio pendente a suo carico. Lei intanto mi osserva ed io - giuro sulla mia preziosa testa - sul fondo di quegli occhi vedo più malizia di quanta ne ho scorta in tante professioniste del sesso.
Gabbiani a squadriglie lanciano urla tuffandosi rapidi tra le onde.
Sarà per via della camicia hawaiana che indosso con disinvoltura, o forse perché distrattamente tiro in mezzo il nome della famiglia del cadavere tedesco, ma quelli mi invitano a seguirli sulla barca lasciata all'ormeggio fuori dal porto, quel pomeriggio stesso. 
Ed io accetto, cordiale.
Ripercorro la strada che il tedesco ha fatto per andare a morire. 
Camminiamo insieme, sotto il sole, fino a raggiungere il molo dove un gommone ci aspetta.
Penso alle coincidenze della vita. Poi mi dico che non esiste alcuna coincidenza, considerando che mi sto impegnando parecchio nel mettere in scena tutta questa pantomima degna del peggiore Tenente Colombo. Ma i miei ospiti non conoscono i machiavellici piani di cui sono unico custode.
Saliamo a bordo.
Chiedo il perché dell'assenza del personale nautico. Il biondo mi dice che gradisce la solitudine. Certo, rispondo io.
Mentre lui mi versa una coppa di champagne, lei scende verso le cabine e mi invita a seguirla. Con un segno impercettibile del sopracciglio le lascio intendere che tra poco sarò da lei.
Lui parla evitando il mio sguardo. Io d'altra parte non glielo faccio pesare, anzi, lo imito e anch'io guardo altrove, verso il mare. 
Penso al mio lavoro, all'Agenzia, al ricco padre del tedesco. Penso a quei desideri, sogni, speranze che in passato avevo custodito da qualche parte e di cui ho perso traccia. Penso che dovrei prendermi una vacanza.
L'inglese parla, non lo ascolto. 
Impiego per lui una piccolissima porzione del mio cervello, utile a non uscire dal personaggio.
Anzi, se non sbaglio è trascorso un tempo sufficiente per cominciare a interpretare la mia parte.
Mi dico che, sì, è giunto il momento.
Chiedo di poter utilizzare la toilette, il biondo mi indica la scaletta che porta sottocoperta.
Conto i passi mentre scendo e l'ombra mi accoglie.
Nel bagno mi sciacquo mani e volto. Mi osservo allo specchio. Questa camicia hawaiana mi fa vomitare. Eppure le dedico un sorriso.
Esco, percorro lo stretto corridoio. 
Lei mi aspetta, seduta sul letto.
Mi appoggio allo stipite della porta, taccio. 
Lei allarga di quel poco le cosce, quel poco che mi basta per sentire un brivido lungo la schiena.
Dall'oblò giungono ombre azzurrine, che scivolano sulle lenzuola.
Entro nella cabina.
Lei pare avere un dubbio mentre mi accoglie. Forse si aspettava meno brutalità da parte mia. Il calcio in faccia che le ho appena tirato l'ha gettata sul pavimento ricoperto di moquette. 
Adesso il marito, dopo aver sentito il tonfo, crede sia io quello svenuto al suolo. Ma si sbaglia, di grosso.
Prendo la donna e la sbatto su una sedia prima che riprenda i sensi. Mi guardo attorno. La signora aveva già preparato le corde per legarmi. Le prendo io, stavolta.
Intanto il biondo apre alcuni armadietti sul ponte, in cerca di qualcosa. 
Lego la donna, stretta ad una sedia, buona buona. Dal naso le cola il suo stesso sangue, peccato, la polo rosa pallido le si sta macchiando tutta.
La barca oscilla, salpa l'ancora, destinazione mare aperto.
Quando il marito entra nella cabina portando con se' un telo di plastica quasi sviene per la bella sorpresa che gli ho apparecchiato. Ma non gli lascio il tempo per riflettere e dispiacersi perché l'anestetico nel mio champagne non ha dato alcun effetto. Il contenuto del bicchiere l'ho svuotato in mare, disperso nel salmastro, terribile, mare che adesso ci culla sereno.
Un colpo in testa anche per lui, che crolla al suolo. 
Mi procuro un'altra sedia. 
Lego marito e moglie, stretti stretti, uno accanto all'altra, in salute e in malattia, finché morte non vi separi. 
Poi aspetto, seduto. 
Finalmente mi accendo una sigaretta. Quasi mi dispiace riempire di fumo questa bella cabina di lusso. 
Mugolano entrambi prima di riprendere i sensi. 
Io li aspetto, sorrido cordiale. Eccoli. Fissano i loro occhietti azzurri nei miei, che invece li ho verdi, scuri, cattivi.
Mi alzo, faccio due passi verso i miei ospiti.
Sorrido ancora, poi spengo il mozzicone nella guancia del marito che urla parole poco carine e poco english nei miei riguardi. Ma io non mi offendo, lo capisco, sono stato rude.
Annuncio al signore di essere intenzionato a fumarne un'altra di sigaretta, ma stavolta potrei spegnerla negli occhi della moglie, se non risponde a quanto sto per domandargli.
Dice di non aver nulla da dire.
Non voglio passare per nazista, non voglio usare una sigaretta come mezzo di tortura. Ma che posso fare? Me ne accendo un'altra, faccio due boccate e la avvicino agli occhi di lei, mentre le tengo le palpebre ben aperte. Quella urla, si dimena, perde il controllo. Che facciamo? Continuo?
Cosa vuole sapere, chiede lui.
Bravo, così va bene, davvero. 
Mi dica perché avete narcotizzato, squarciato, ucciso, gettato in mare il cadavere del ragazzo tedesco. Tutto qui, ditemelo e me ne vado.
No, no, no, prova a negare il tizio.
No, no, no, non ci credo, dico io. 
E faccio un altro paio di boccate dalla sigaretta, per arroventarla ben bene.
Stavolta è lei a parlare. 
La creatura delicata, d'alto lignaggio, piange, sbava, il sangue le cola in bocca. Ha i denti tutti rossi. Con un fazzoletto le ripulisco il bel musino.
Racconta. 
Mi narra di quando avevano una figlioletta di soli tre anni ed erano in vacanza tutti e tre assieme in Africa. E mi narra di quando un figlio di puttana tedesco, ricco, ubriaco, con addosso una camicia hawaiana, aveva investito la loro bambina, spappolandole il cranio un anno fa.
Me ne dispiaccio. Davvero. Scuoto la testa.
Mi dispiace, signora.
Intuisco il loro dolore, lo stesso che li ha portati ad attuare lo stupido piano di vendetta personale.
Al ricordo della morte della figlia entrambi soffrono, si abbandonano sulle sedie, inermi.
Bravi.
Ma la domanda è: perché avete narcotizzato, squarciato, ucciso e gettato in mare il cadavere del ragazzo tedesco?
Perché lui doveva essere punito! Perché la sua famiglia lo aveva liberato! Perché doveva morire!
Posso darvi anche ragione, signori, ma il fatto è che...
Mi dispiace davvero, ma devo dirglielo. 
L’Agenzia, questa mattina, mi ha ragguagliato su tutta la vicenda della morte della bimba, aggiungendo due ulteriori particolari.
Allora, ascoltate bene signori.  
Il tedesco che voi avete ucciso era il figlio di un grande industriale tedesco, ed è vero, aveva avuto un serio problema con una bambina, durante una vacanza, un anno fa, in Africa. Sfruttando le conoscenze del padre aveva corrotto polizia, giudici e guardie. Insomma, il suo nome era valso ad evitare molte noie a se stesso e alla propria casta. Nell'ambiente che voi frequentate queste cose accadono di frequente, no? Gli scandali si evitano, l'economia si preserva, capite? È per questo che l'Agenzia mi ha dato il compito di tenere sotto controllo il ragazzo, su ordine del padre. Affinché non combinasse altri spiacevoli incidenti, con rispetto parlando. E se può esservi d'aiuto, credo che nell'istante in cui gli avete tolto la vita, dal petto del ragazzo si sia dissolto un grande peso, un peso troppo grande da sopportare.
I due coniugi/assassini non sembrano gradire l'idea d'aver liberato da un 'peso' il carnefice della propria bimba. 
Vorrebbero piuttosto essere slegati, a questo punto. 
Ma – ecco il secondo particolare riferitomi dall'agenzia - non era quel tedesco, quello che avete maciullato, il vostro tedesco... 
Mi dispiace, signori, mi dispiace davvero.
I due mi fissano, pensano che io sia pazzo.
Io li rincuoro, scuoto la testa, spengo anche la sigaretta, mi dispiace, vi siete sbagliati.
Cosa? Mi domanda lei, con gli occhi fuori dalle orbite. 
Cosa? Ripete.
Sì, signora. Avete ucciso il tedesco sbagliato.
Mi tocca dare spiegazioni, mi pare doveroso.
Si da il caso che il bastardo che ha ucciso vostra figlia, attualmente, alloggi in un resort, su un'isola dell'Indonesia, dedicandosi con felicità e piena soddisfazione alla pedo-pornografia. E sta benissimo. 
Gli inglesi non possono credere alle mie parole. Pare si siano anche dimenticati delle corde che li tengono stretti. Restano zitti.
A suo tempo – continuo - dopo aver investito la vostra piccola, il tedesco ‘giusto’ ha usato molto denaro e tante minacce per uscire pulito dalla vicenda, ma non solo. E’ riuscito a depistare ogni indizio a proprio carico spostandolo su un altro ragazzo, un suo ex compagno di collegio, che a quanto pare odiava a morte per una spietata concorrenza tra famiglie, ossia il vostro tedesco, capite?  
Mi fissano. 
Credono che io stia scherzando, che sia tutto un sadico gioco.
Ma no, che sadismo! È tutto vero, signori.
Posso comprendere la vostra rabbia, la vostra frustrazione nell'aver perso una figlia e nell'essere stati vittime di uno scambio di persona, nonché di essere stati superati a livello spionistico, ma...
L'Agenzia pretende che le cose vengano messe a posto. L'economia europea va preservata, gli scandali vanno taciuti.
Giusto per puntualizzare. 
Siccome il tedesco che voi avete brutalmente ucciso era  - anche lui - figlio di un grande industriale - ironia della sorte - ed aveva maciullato una bambina durante una vacanza, mentre si trovava alla guida di una macchina di grossa cilindrata, con addosso una stupida camicia hawaiana, e sebbene quella bambina non fosse vostra figlia ma una piccola indigena africana…
E mi fermo.
Sorrido.
Capite?
Ricco tedesco, grossa macchina, camicia hawaiana, ma bambina negra, ok?
Mi dispiace, la scena che avete visto a distanza, mentre le sirene della polizia vi accecavano quella notte, è stata inquinata appositamente. Il vostro tedesco cadavere ha ucciso una bambina africana, l’altro tedesco ha ucciso vostra figlia. Hanno scambiato i corpi, vi hanno fregati. 
Hanno sostituito le bambine, capito?
Avete ucciso l'assassino sbagliato.
Però, perdonatemi la franchezza, forse possiamo dire che tramite la vostra azione una specie di giustizia è stata raggiunta? 
Come dire, un riequilibrio? 
Possiamo dire che, in definitiva, il vostro gesto non è stato vano?
L'uomo e la donna mi guardano con le bocche socchiuse.
Certo che no, lo so. 
Non ci pensate che aver ucciso un uomo per la bambina sbagliata possa chiamarsi giustizia.
Grazie, signori, questo silenzio mi basta come risposta. 
Le coincidenze significative non esistono e tutto ciò che facciamo è affidato al caso. Un inesorabile domino, tessera dopo tessera, che intreccia rapporti di causa/effetto, calcoli matematici e legge del più forte fino a comporre quella che è la nostra esistenza. Un'accozzaglia di eventi sui quali regna un Dio cattivo, dispettoso e distratto semmai.
Vostra figlia è stata spappolata, altre bimbe lo saranno, voi avete provato a sostituirvi alla giustizia, avete fallito, ed altri tedeschi ubriachi con addosso camicie hawaiane guideranno grosse macchine, l'economia vacillerà, desideri, speranze, idee... Provare a fermare l'incessante crollo delle tessere? Sarebbe tutto vano.
Mi rendo conto d'essermi lasciato prendere dalle mie solite elucubrazioni filosofiche.
Riprendo il controllo. 
Mi dispiace, ripeto, avete fatto un errore.
Cerco di sorridere, per tirare un po' su il morale. Non ci riesco, ma almeno ci provo.
I due sono allibiti, contrariati, anglosassoni fino all'osso.
Adesso, però, devo mettere tutto a posto, affinché questo spiacevolissimo episodio non assuma tratti oltremodo macabri. Non che ne siano mancati, fino ad ora, di dettagli cruenti. Ma perché lasciare le cose così? Per fornire materiale alla carta stampata? Alle iene mediatiche che non aspettano altro che attingere da tutta questa folle tragedia? Per accanirsi alla ricerca di un senso, di una spiegazione, di un perché? Meglio livellare gli spigoli, fare in modo che il meccanismo scorra liscio.
Nel corridoio trovo il fucile da sub che il biondo avrebbe utilizzato contro di me. Lo carico. 
Rientro nella stanza, sorrido.
I due mi fissano, ancora devastati dalla sorpresa d'essersi macchiati di un omicidio efferato senza peraltro riuscire a vendicare la figlioletta, inesorabilmente morta.
Nelle loro teste la frustrazione si fa spazio, così come si fa spazio l'arpione che io ho appena sparato mirando alle rispettive tempie.
Mira perfetta, sono riuscito a infilzare entrambi in un colpo solo. 
Sembrano essersi addormentati l'uno accanto all'altra, con le teste poggiate in segno d'affetto.
Però mi tocca mettere tutto a posto, ricostruire una specie di omicidio/suicidio per allontanare i sospetti dalla faccenda del tedesco ‘sbagliato’. E per giustificare quella morte dovrò trovare un’altra scusa. Maledizione, penso, perché la gente vuole sempre fare le cose fatte male? Ci penserò dopo, parlando con qualcuno in Agenzia. 
Devo estrarre l’arpione dalle teste degli inglesi, il cervello cola ovunque. 
Cervello, dico, che ironia, l’unica cosa di cui erano privi questi due sciocchi.
Sistemo tutto, lentamente, e la polizia metterà a verbale quel che io ho deciso.
Punto.

Esco dalla penombra, torno in superficie.
Il mare è azzurro, i gabbiani stridono, la costa è distante.
Chiamo l'Agenzia, racconto l'essenziale. 
Nella stiva trovo una tanica di nafta. 
Cospargo il ponte, le cabine, il sartiame.
Cambio rotta alla barca, vele spiegate verso i frangiflutti del porto. 
Accendo una sigaretta.
Davvero, penso, è strano non ricordarmi più dove ho messo quei sogni, quelle speranze, quei desideri che avevo custodito con cura tanto tempo fa. Ma la colpa non è mia. Tutto è affidato a qualcosa che non dipende da me. Il fatto che adesso io indossi una camicia hawaiana lo dimostra. Insomma, fosse stato per me non avrei mai scelto un capo d'abbigliamento così stupido, eppure le circostanze lo hanno voluto.
Prima di lanciare il mozzicone verso le cabine impregnate di benzina, mi tolgo di dosso l'indumento floreale, in un gesto di inutile ribellione.
Mi domando per l'ultima volta il perché dell'assurda richiesta. Far indossare una camicia al tedesco per ricreare il momento in cui la bimba era morta? Per costringere il presunto assassino ad assumere una veste da 'carnefice'? Forse perché chi era stato capace di architettare questo stupido omicidio detestava le camicie hawaiane? Forse perché nella libido della coppia inglese serpeggiava un certo feticismo? O forse perché è più facile uccidere un uomo se indossa una camicia disgustosa? Non lo so e non mi importa.
Scaglio la sigaretta, tutto avvampa. 
Mi tuffo, stile perfetto, come un gabbiano sopra la preda.
Sono in acqua mentre la tre alberi viaggia veloce, vento a favore, per andarsi a schiantare sugli scogli artificiali e poi colare a picco.
Tutto alla fine apparirà come un tragico incidente. Nessuna connessione tra la coppia inglese ed il rampollo tedesco.
Nessuno saprà il perché di tante cose.
Nessuno indagherà sulla memoria del giovane, nessuna bambina spappolata verrà gettata in pasto alle cronache, nessun ricco magnate dell'industria bellica dovrà giustificare il passato del proprio figlio né il vero motivo della sua morte. Ognuno avrà un'unica certezza, ossia che le cose accadono perché la vita è cattiva.
Sono in acqua e nuoto in fretta.
Non mi piace quando il mare è così profondo. 
Non mi piace l'abisso che sta sotto di me. Provo sempre la sensazione che qualcosa possa uscire dall'ombra, prendermi, trascinarmi con sé. Ne ho paura, orrore. 
Preferisco tornare a riva, stendermi al sole.
Devo raggiungere la costa e poi pensare al tempo in cui avevo dei sogni, delle speranze, dei desideri.
Forse - dico forse - prima o poi ritroverò memoria di quei frammenti di un me stesso disperso nel tempo. Magari ritroverò la strada per andarli a recuperare, forse prendendomi una vacanza dai compiti che l'Agenzia mi affida.
Forse troverò un senso a questo abbattersi dei giorni, uno dopo l'altro, come tessere di domino che cadendo in un cesto diventano un mucchietto: il risultato di un'esistenza vissuta con ostinazione, attaccata alla sopravvivenza di un'idea, di un pensiero, di una briciola infinitesimale che da sola possa donare un senso al cumulo d'azioni apparentemente scollegate tra loro. Perché tutto torni chiaro, cristallino, pacificato. 
Forse riuscirò a comprendere anche un assurdo arabesco floreale stampato su una camicia hawaiana. 
E quel giorno, forse, potrò sorridere di me stesso, senza più preoccuparmi di livellare le cose affinché tutto quadri ad ogni costo, libero di credere all'armonia nascosta sotto l'apparente kaos delle cose, libero di credere alle coincidenze, libero di pensarmi libero, senza essere ad ogni costo un ingranaggio destinato a cadere sotto i colpi del 'caso'. 
Quel giorno, forse, non avrò più orrore dell'abisso sul quale nuoto, ora. Lo stesso abisso in cui mi pare di scorgere i volti di tutti quelli che fino a oggi ho sacrificato in nome dell'ordine, dell'Agenzia, dell'economia, della mia stessa follia.
Forse.
Fine prima parte.

lunedì 20 novembre 2017

Il Cinema di Corallo* Vol.4, "La Grande abbuffata e il niente"

"Io alzo il mio bicchiere, non so a che cosa ma alzo il mio bicchiere…"

"La Grande Abbuffata", locandina cinema.

Nel film “La grande abbuffata" di Marco Ferreri, c’è una scena in cui Tognazzi fa sesso con la protagonista Andréa Ferreol impastandole il culo con la torta che sta preparando. É una delle scene che furono censurate a suo tempo assieme ai baci alla francese di Mastroianni e altri momenti grotteschi. A rivederle oggi non appaiono così scabrose, anzi. Dal 1973, data di uscita del film, siamo spettatori abituati a tutto, non solo al Cinema ma anche in TV e sul Web. Perciò quella merda che - ieri - esplodeva dal cesso inondando le stanze - oggi - diventa un simbolo potente. É il messaggio stesso dell'opera che si é compiuto: la nostra società continua a ingurgitare ed espellere per inerzia fino a ricoprirsi di escrementi. Un pompino fatto in un armadio passa tranquillamente in prima serata mentre un personaggetto scorreggia e tutti ridono, ci si fanno discussioni a riguardo, addirittura tavole rotonde dove partecipano altri personaggetti. La merda è arrivata ovunque, “La grande abbuffata" s'è avverata ma a morire non sono i protagonisti del film né quelli della tv, anche se metaforicamente sono già morti nell'anima. A morire organicamente sono sempre i soliti che sono morti dall'inizio del mondo e che non hanno nemmeno mangiato o scopato granché durante la loro permanenza sulla terra. Ma questo è un dato di fatto. Se il pregio dell'Arte é quello di penetrare con anticipo i tempi svelandoli agli increduli borghesi, il film di Ferreri lo ha fatto. Eppure di grandi abbuffate ce ne sono sempre state. Dalle orge greche e latine, via via nella storia fino ad oggi.
Gaio Sallustio Crispo, attorno al 40 a.c. già scriveva del crollo dei valori di Roma, voracità dei pubblici amministratori - ambitio multos mortalis falsos fieri subegit, aliud clausum in pectore, aliud in lingua promptum habere - avidità imbevuta di veleni - avaritia pecuniae, venenis imbuta - lussuria e prostituzione universale. Perché l’umanità mastica e caga allo sfinimento, in ogni epoca. "Mangia! Se tu non mangi, non puoi morire!" urla Tognazzi a Michel ingozzandolo di purè. 
Il film l’ho rivisto un sabato notte, il giorno dopo sarebbe stato ovviamente domenica, “Buon appetito, oggi si mangia, si scopa e si caga”, ho pensato. É tutto un epifenomeno? Vanitas vanitatum? La vita è un’allucinatoria esperienza corporea, tutto qui? Forse, forse no, forse vaffanculo. 
Il fatto é che “La grande abbuffata" é un film intellettuale dove pure Pasolini si è messo a scriverne sopra: “totalmente neorealistico è il dialogo, dove mai la parola è pregiata, a causa dell’assoluto privilegio conferito alla chiacchiera. La lingua di tutto il film […] è solo e semplicemente “fatica”. Si parla solo per parlare, e si parla sempre d’altro: ma quest’ “altro” è insignificante. E’ il “più o meno” piccolo borghese”, cit. da "Cinema Nuovo" n. 231, 1974. Già, la “parola insignificante” che nel film è affannosa per il troppo cibo, sesso, merda, e che voleva denunciare una vuotezza di spirito, oggi, è diventata la parola perfetta per giornalismo, tv, web e social network. Se di eccessi in negativo la Storia s’è sempre riempita - lasciando i soliti stronzi a morire - almeno si tentava di mantenere uno stile epico che oggi non c’è più e che vogliono addirittura cancellare. Sembra che oltre alla merda sul pavimento vogliano ridurre tutto a pochi essenziali termini basici anche nel linguaggio. Si scrive male e si scrive solo di stronzate. E se usi un termine che per loro è poco ortodosso o una foto che a loro non piace, nonostante lo schifo che lasciano passare ogni giorno, ti censurano.
Ne “La grande abbuffata” si parla di morte. I quattro protagonisti maschili desiderano morire e ci riescono. Ed é quasi tutta gente morta anche nella realtà, tranne l'attrice Andréa Ferrèol, che ha 70 anni e fa ancora fiction per la tv. Lei, come nel film, ancora sopravvive. Ultimo messaggio di speranza è il femminile che accompagna gli uomini negli eccessi ma si ferma un istante prima della fine, perché la donna é il simbolo della resistenza alla pulsione di morte in quanto destinata dall'esistenza alla connessione organica con la vita, ora e sempre. Resistenza.

"La grande abbuffata", sequenza Ugo Tognazzi, sesso, torta, Andrea Ferreol, censurata.


lunedì 13 novembre 2017

Un bacio in tasca

Un bacio in tasca



Saranno state le undici del mattino di sabato. Sulla metro lilla, tornavo verso casa dopo una commissione. Me ne stavo seduto in un angolo mentre il vagone senza conducente scivolava sottoterra, pilotato da chissà quale congegno. Pensavo tra me e me che fossi stato un bambino avrei voluto sedermi davanti, dove c’è la vetrata e i binari ti scorrono incontro, come fossi tu a guidare. Ma non sono un bambino, sono un cagnaccio pressoché adulto. Fatto sta che tutti i posti erano occupati, gente varia un po’ infreddolita, un po’ assonnata. Questo non è un racconto dove si parla di umanità meschina o altro, è solo un fatto che mi è capitato - per caso - in metropolitana. 
Me ne stavo seduto in un angolo, col giubbotto di pelle da motociclista tutto allacciato, stretto, con la cerniera fino a su, che però si chiude di lato. Mi piace il mio giubbotto da motociclista, l’ho preso tanti anni fa in un mercato dell’usato a Napoli, anche se non avevo la moto. E' come una corazza di cuoio dove mi sento protetto.
Il vagone si ferma accanto alla banchina, dalle porte automatiche entrano altre persone. Sarei bugiardo se dicessi di non aver notato una ragazza, forse di vent’anni, capelli lunghi e scuri, corpo snello, farsi strada verso di me. Non che volesse me, voleva solo venire dalla parte del vagone dove stavo io. Resta in piedi, chiusa nel giubbottino stretto, forse ascolta musica dagli auricolari. Ne ho viste un milione così in metro. Giovani ragazze, snelle, auricolari, sguardo apparentemente distratto. 
La metro riparte, quasi socchiudo gli occhi stringendomi di più nel giubbotto di pelle che fa quel suono di pelle che mi piace tanto, ma davanti al mio sguardo spunta il pancione di una donna incinta e là rimane, tondo e materno. Non ci ho messo molto ad alzarmi per cederle il posto. 
Lo dico subito, non è una questione di galanteria o senso civico, il mio è senso di colpa. Non ce la faccio a non lasciare il posto a una donna incinta oppure a una signora anziana o chiunque altro mi dia l’impressione di averne bisogno. Mi sento sporco altrimenti. E l’ho fatta un milione di volte questa cosa di alzarmi senza dire nulla, giusto un cenno del capo, e mettermi in piedi vicino le porte automatiche. Senza alcun eroismo.
Solo che stavolta la ragazza di vent’anni, bruna e snella, ha assistito alla scena; e deve avermi proprio notato, perché ha fatto una cosa “antica”.
Mancavano ancora un paio di fermate alla mia, poi avrei preso la linea gialla in direzione Comasina. Sarei un bugiardo se dicessi di non aver osservato le cosce sode della ragazza di vent’anni riflesse nel vetro. L’ho fatto eccome, come l’ho fatto un milione di volte e amen. Vedo che lei inizia a trafficare nella borsetta che tiene a tracolla e in tutta fretta prende un’agendina da cui strappa un foglio. Noto il gesto e noto anche che stappa un bel rossetto rosso uscito anche lui velocemente dalla borsetta, se lo passa sulle labbra facendo poi quel bacio a schiocco nell’aria, avete presente no?
Il vagone inizia a rallentare, si vede la prossima fermata apparire dal fondo del tunnel. La ragazza prende il foglietto di carta strappato e gli stampa un bacio forte sopra, lo osserva  sorride soddisfatta e mentre le porte scorrevoli si aprono cammina verso di me, guardando proprio me. Senza dire nulla mi porge quel bacio che io prendo per istinto, esce dal vagone e se ne va. Resto un attimo intontito, sento qualche sguardo della gente addosso, forse arrossisco. Proprio io, che sono un cagnaccio pressoché adulto, arrossisco.
La cosa interessante, per me, è stato il sovrapporsi del ricordo di mia nonna in tutta questa storia. Già, è così. Mia nonna Ines, che anche a settant’anni si metteva il rossetto per uscire di casa, era un’anziana donna che un tempo era stata giovane, bruna e snella. Quel gesto del rossetto e del fazzolettino che poi usava per asciugarsi le labbra io l’ho visto per anni fatto da lei. Non da mia madre, eh, ma da mia nonna. E l'ho rivisto quel sabato mattina nella ventenne sconosciuta; che non mi ha chiesto il numero di cellulare per mandarmi un watzap con l’emoticon di un bacio, e non mi ha dato nemmeno un bacio se per questo, ma mi ha regalato un foglietto di carta con le sue labbra rossettate impresse sopra. E perché? Perché ho ceduto il posto a una donna incinta, già.
E’ stato un gesto antico. 
In quella serie di piccole azioni ho rivisto una donna che non c’è più e uno stile talmente anni ’50 da sembrami strano in quel contesto metropolitano, moderno, automatizzato, milanese e imbruttito. Eppure è stato. Tant’è che mi sono ritrovato in tasca un bacio, fino a casa.

La morale della storia? Non lo so. 
Forse avrei dovuto correrle dietro e dire “Signorina, mi permetta di offrirle un caffè…” o cose così ma credo di no. Si sarebbe rovinata la poesia un po' retrò di incertezza. Forse era un modo per ricordare a me stesso che certe tradizioni saltano fino a rincontrarsi nei gesti dei pronipoti anziché dei figli, e che se la mia generazione queste cose se l'è dimenticate quella dei ventenni potrebbe fare meno schifo di quanto temiamo. Forse nulla.
E’ bastato il riflesso sovrapposto di un gesto antico ed attuale a ricompensarmi quel sabato mattina. 
A casa, poi, mi sono svuotato le tasche della giacca di pelle, ho tolta la tessera ATM, le monetine, gli occhiali da sole - che non servivano - e un bacio su un foglietto. Li ho appoggiati sul tavolo e ho scattato una foto, perché mi potesse servire per scriverci un raccontino sopra; così magari domani qualcuno si alza per lasciare il posto a una donna incinta, e forse se ne torna anche lui con un bacio in tasca.

lunedì 30 ottobre 2017

La mano e l'anguria


E’ la mia mano che regge una piccola anguria. Ci ho visto qualcosa di protettivo, come un bambino piccolo e arrotolato su se stesso stare al sicuro nel palmo del padre. Un’anguria che dovrebbe significare un frutto ingombrante invece qui è tenera, quasi indifesa. Anche le cose che nel nostro immaginario assumono proporzioni grottesche cominciano la loro vita in forma dolce. Ho osservato le mie dita. Stanno diventando come quelle di mio padre e dio mio nonno, stanno invecchiando. Sto evolvendo in un frutto meno tenero e più ingombrante al contrario della piccola anguria. E’ la foto delle mie contraddizioni, questa. E’ anche qualcosa di erotico, è mano virile di uomo che tiene un giovane seno di donna, sodo, rotondo, giusto. Da ultimo ho pensato: “E se invece della mia mano che regge una piccola anguria, come fosse un bambino arrotolato o il giovane seno di donna, avessi pubblicato la mano di una ragazza che tiene un qualsiasi ortaggio oblungo, quali pensieri avrei avuto? La volgarità avrebbe vinto, per forza. In certi casi è vero che all’uomo spetta la poesia, suo malgrado. E’ un’altra contraddizione dell’esistenza…”, dopodiché ho messo la foto sul web. E’ piaciuta. Chissà poi cosa ci vede la gente in una mano di uomo che regge una piccola anguria, vallo a capire…

Libertà e sugo coi peperoni


L’uomo veramente libero è colui che rifiuta un invito a pranzo senza sentire il bisogno di inventare una scusa.
(Jules Renard)



Sono tornato a casa tardi dal lavoro oggi e stavo per mangiarmi un schifezza cedendo alla stanchezza, al nervosismo, all'incertezza della vita e alla vacuitá del mio frigo. 
Poi ho pensato "No, non cedere, uomo!". 
Allora mi sono messo a fare il sugo semplice col pomodoro e basilico, "Ecco, bravo...", ma poi ho ripensato, con la fame crescente, "Già che ci sei fai anche quello coi peperoni" e l'ho fatto. 
Questo per dire che nella vita bisogna credere e non cedere, anche quando sei solo, anche se hai poche cose in dispensa, anche se la sera inizia ad essere fredda qui a Milano. 
Almeno fino a quando non ti sposi e allora "Cazzo, ho lavorato fino a mó! Manco un sugo hai preparato?!" potrai dire a lei che ti risponderà "Ma vaffanculo, mica sono la tua cuoca!", e tu potrai rimpiangere quel sugo coi peperoni che ti facevi la sera e ti restava sullo stomaco, ma almeno la colpa la potevi dare solo a te stesso. 
"Ma vedi 'sto cretino, pure il sugo pronto vuole..." continuerà intanto a dire lei, amandoti con odio #corallino

Per molti, libertà è la facoltà di scegliere le proprie schiavitù.
(Gustave Le Bon)


domenica 15 ottobre 2017

weinstein e l'argento


Ok, ormai la notizia ha una settimana di vita e nella prospettiva del web é, quindi, vecchia. Ne parlo lo stesso. Tutti si sono espressi a proposito del produttore hollywoodiano e delle attrici che hanno ammesso di aver subito abusi e violenze da Weinstein. Tra queste donne, anche Asia Argento ha denunciato il fatto. Ma lo ha fatto dopo vent'anni dall'accaduto sentendosi poi chiamare "troia" dal popolo di internet per non aver parlato chiaro e subito. Lei si é difesa dicendo che tutte le donne coinvolte erano spaventate da Weinstein e proprio come loro ha temuto il suo potere fino ad oggi.
Io sono un uomo, il mio pensiero sarà sempre condizionato dall'esserlo, però ho provato a riflettere.
Molto spesso uomini "di potere" hanno molestato donne promettendo favori e carriere stellari. In un mondo come quello del cinema di Hollywood immagino sia sempre stato all'ordine del giorno, no? Non dico sia giusto, dico sia un fatto. E molte promettenti attrici non avranno accettato e altre ancora sí, chi può dirlo?
La questione però è un'altra: perché tutta questa rabbia contro Asia Argento? Forse perché migliaia di donne, ogni giorno, vengono abusate e molestate, forse perché non tutte loro stanno provando a far carriera nel cinema né sono figlie di un noto regista né tantomeno hanno assunto un'aria da rockstar glamour come lei, é chiaro? Lo ripeto, ogni giorno il genere femminile é sottoposto ad abusi da parte di uomini "di potere". Ogni giorno il genere femminile subisce violenze. Ogni giorno una donna teme di dire ad alta voce quello che le é accaduto sentendosi assurdamente colpevole nonostante non sia colpa sua.
Ogni giorno, é chiaro?
Il fatto é che Asia Argento non sembra aver denunciato Weinstein per liberarsi da un dolore atroce che la distruggeva nell'intimo o per esortare altre donne a parlare ribellandosi al silenzio. No, sembra  che Asia, la nostra italica strafottente figlia di Dario, ex compagna di Morgan, attrice e regista, modella, monella, tossichella  etc. lo abbia fatto - in fin dei conti - per ricevere tutto il nostro calore, affetto e compassione. Nonché il nostro devotissimo applauso. Un applauso per Asia Argento che mentre frequentava Hollywood e faceva la star in realtá soffriva per colpa del potente produttore di film americani.
Un applauso per Asia, mentre migliaia di altre donne sono rimaste vittime e zitte.
Ecco, forse é questa la sensazione di rabbia che é emersa malamente dal popolo del web che l'ha insultata.
Per quanto mi riguarda, da uomo, ho compreso da vicino il dolore delle donne che han subìto questi fatti e la loro rabbia sia per chi ha parlato sia per chi é rimasto zitta/o. Ho capito che esiste un rancore profondo in entrambe le direzioni e in entrambi i casi. Da uomo, ho capito che il genere umano é miserabile e violento il più delle volte. Ma questa é una cosa che ho capito in generale e abbastanza tempo fa. Però, come dicevo all'inizio, é una notizia di almeno una settimana, perciò é storia vecchia.
Fino alla prossima violenza, no?

mercoledì 21 giugno 2017

Sobrietá

"It's a hard life
To be true lovers together
To love and live forever in each others hearts
It's a long hard fight
To learn to care for each other
To trust in one another right from the start
When you're in love"

It's a hard life, Queen


É anche una questione di sobrietà, mi spiego. Scrivere cose per mandare messaggi, spartire esperienze, indicare una strada che porti aldilà del "basta che sto bene io, 'fanculo il resto". Ci vuole stile per dire cose sagge, però noialtri viviamo nel mondo occidentale e non possiamo fare troppo gli spirituali di tipo zen, non così in fretta. Su questo argomento ne ha parlato anche Jung, andatevelo a leggere.
Noialtri dobbiamo prima affrontare l'ombra e reintegrarla, prima di essere lievi, anche liberi, e simpatici. Invece siamo costretti a essere ironici, il che presuppone la radice "ira", spesso sarcastici, mai affrancati da certi pesi culturali. Perché? Perché siamo cresciuti con l'idea che bisognava spaccare culi a tutti, e vincere. Lo si vede in Tv, social network e politica. Però tutti a dire che sono illuminati. Certo, illuminati dai flash dei loro stessi autoscatti. 
Servirebbe una sobrietà tipo quella di Freddie Mercury, non scherzo. Eccessivo in bellezza, fantasia, colori e sessualità. Pieno di luce. Amore, amicizia, vita e morte. C'era tutto in lui, c'è ancora per quanto mi riguarda. E quando sono disgustato dal mondo ascolto i Queen, vedo i loro video e imito le mosse col pugno chiuso verso il cielo, faccio i passetti di Freddie. Un giorno indosserò una parrucca, una minigonna di pelle e passando l'aspirapolvere canterò "I want to break free". É gay? Cazzo me ne frega, é il più sobrio dei gay secondo me. Il più spirituale e profondo allo stesso tempo.
Il talento serve a smuovere la coscienza delle masse, per fargli incontrare i mostri e assimilarli. Lui ci riusciva, Freddie.
La sobrietà é disciplina, la disciplina é forza, la forza é assenza di paura, l'assenza di paura é piacere. Per assurdo la sobrietà porta al piacere più soddisfacente, perché non c'è senso di colpa.
Che post é questo?
Nulla, é che chi legge la mia roba lo fa di nascosto. Già, appena pubblico qualcosa ci sono almeno un centinaio di visualizzazioni che crescono e si assestano verso sera, più o meno il doppio che al mattino. Quanti "mi piace" ricevo pubblicamente? Uno, due, qualcuno di più se é solo una poesia. Il resto é occulto. La gente mi legge, lo vedo dai grafici, ma la gente non lo dice. Mi sta bene. Il mio stile non è sobrio, io sono eccessivo, e se risultando io il peggiore vi faccio sentire migliori, vinco. Anche quando perdo, io vinco. Perché non me ne importa più di spaccare culi. A me interessa godere, il che é diverso. 
Allora ballo con le mosse di Freddie Mercury e son felice se siete felici. Basta che non mi provocate sennó vi risponde Nelson Corallo* e lui é cattivo, si sa. Per me, invece, é tutta una questione di sobrietà, talento, niente rabbia, assenza di paura, piacere etc. etc.

domenica 11 giugno 2017

Just send chocolate

"Non c’è niente di speciale nella scrittura. 

Devi solo sederti davanti alla macchina da scrivere e metterti a sanguinare"


Ernest Hemingway



Dunque, a un certo punto ho capito di dovermi dare una calmata, altrimenti finivo male. Male davvero, senza scherzi. É molto più facile impazzire che restare sani, in ogni caso. Anche se non si va in cronaca nera il mondo è pieno di gente folle che soffre, e mi dispiace senz'altro. Fosse per me dovrebbero essere tutti liberi e soddisfatti, pieni di consapevolezza e amore. Liberi, soprattutto, di quella libertà che va di pari passo con la cultura e il rispetto proprio e altrui. Ma non è così, purtroppo. 
E come dicevo all'inizio, ho rischiato di brutto di diventare un matto, magari integrato in una società malata, ma pur sempre un matto. Cosa mi ha impedito di esserlo? I libri, innanzitutto, e la scrittura. La psicologia, la filosofia, i film giusti, l'arte, la musica. Alcune persone, anche. Sí, certi rapporti mi hanno salvato. Altri no, anzi, hanno rischiato di portarmi ancora più a fondo. Ne ho conosciuta di gente fuori di testa, soprattutto mentre mi "disintossicavo" da dinamiche malate. Oh, facevo schifo anch'io, non dico di no, però mi ci mettevo d'impegno. Sia a far schifo che a venirne fuori. Ma in quel periodo di transizione lasciavo spazio a persone borderline che non si capiva esattamente cosa volessero. Addirittura qualcuna tentava di guarirmi. Venivamo da me, mi coccolavano, seducevano, si facevano spazio nel mio quotidiano confuso, entravano nella mia vita e provavano a darmi dei consigli. In realtà cercavano aiuto, forse più di quello che cercavo io stesso, per me. Loro davano qualcosa a me per ricevere qualcosa da me. E quando me ne accorgevo, Cristo Santo, rompevo il dialogo. Perché stavo male di mio, cazzo, e gliel'avevo detto che stavo provando a uscirne, ma loro niente. "Solo io ti capisco e solo tu puoi capire me!", dicevano loro, senza accorgersi che non ero né il loro psicologo e nemmeno un loro amico. Già, era dura da accettare dopo tutte quelle ore passate a parlare di traumi, aspettative e delusioni. Lo stesso non ero un loro amico, ero solo uno confuso, pieno di rabbia e paura, che tentava di non morire. Allora quelli tentavano di farmi fuori. Soprattutto le donne, giá. Tutta la rabbia repressa per gli ex fidanzati, padri, fratelli, sconosciuti etc. ricadeva su di me, perché io ero Nelson Corallo*, l'infame. E dovevo pagare, in un modo o nell'altro anche per i cazzi altrui.
All'inizio me la prendevo. Rispondevo male e giocavo ad alimentare la loro rabbia, perché in fondo ero un sadico, pensavo addirittura che mi cercassero proprio per quella mia virtù oscura. Insomma, mi dicevo "Che cazzo, se avevano voglia di parlare con me, andava bene. Leggevano le mie storie di sesso, ok, magari ci si confrontava, però chi le conosce? Mica erano le ragazze che avevo odiato oppure amato, o tutte e due le cose. Erano persone virtuali. Anche quelle con cui avevo bevuto qualcosa, dal vivo, anche loro erano sconosciute in fondo. Eppure pretendevano da me "qualcosa". E allora vaffanculo!"
Mi sentivo depresso, arrabbiato, e ancora depresso. Ma alla fine provavo pena. Perché nel frattempo vedevo un po' di luce, una certa chiarezza e luminosità nella mia vita, dopo tanti sforzi. Allora restavo semplicemente zitto. E continuavo i pochi rapporti sani che ero riuscito faticosamente a costruire con altre persone. Formichine, bricioline, cosettine belle. 
Certo, ogni tanto avevo delle ricadute, tipo che una leggeva le mie cose e mi scriveva. Faceva complimenti, piccole fusa notturne ma non capiva. Proprio non capiva che se mi avesse detto "aiutami", l'avrei fatto. Col cuore. Invece lei mi provocava nonostante fossi "morto", tentava di parlare col mostro di me stesso, che rispondeva sibilando, e dopo un attimo le chiedeva di mandare almeno delle foto zozze, o di venire a scopare portandosi dietro un'amica cagna, diceva che se proprio voleva resuscitare la mia ombra, Cristo di Dio, lo facesse nella maniera più sordida e porca possibile! Non carezze, non paroline, non timide provocazioni ma SANGUE e CARNE, ANIMA CORROTTA, PORNOGRAFIA, DEPRAVAZIONE...
Niente.
Perché loro non volevano giocare per davvero, non fino in fondo. E non volevano nemmeno cambiare vita. Ché se lo avessero voluto, giuro, avrei potuto dare una mano. Perché sono un esperto ormai, lo so fin dove si potrebbe arrivare a far schifo, ma so anche come si fa a tornare indietro prima che sia troppo tardi. 
Dopo aver scritto "La Morte di Corallo*", sono cambiato. E' stato il mio passaggio in un'altra dimensione, giuro. Un personalissimo attraversamento del fiume Giordano, dove si lasciano le pietre alle spalle e non si guarda indietro. Ma molta gente non l'ha capito, all'inizio nemmeno io, in effetti. Allora ho dato lezioni private di scrittura autobiografica e studio degli archetipi. L'ho fatto per i soldi, anche per i soldi, perché ho un diploma di master in scrittura e regia. E l'ho fatto anche perché lo so fare. Infine l'ho fatto per dimostrare che non ero più quello di prima, quel bamboccio che chiedeva, chiedeva, chiedeva aiuto, commiserazione e cioccolata emotiva senza mai cambiare. No, ero diverso rispetto all'inizio di tutta la faccenda.
Quindi dicevo che davo lezioni di scrittura e vedevo che in molti/e mollavano quando si arrivava troppo vicini al "mostro" che ognuno deve per forza incontrare, riconoscere e sconfiggere, oppure trasformare, per andare avanti. Mollavano perché fa paura, è normale. Il problema è che poi  se la prendevano con me, con Nelson Corallo*, con tutti, tranne che con loro stessi. Mollavano ma pretendevano la mia "amicizia". Dicevano "Noi siamo uguali, io e te", ed io li guardavo e dicevo "No, non è così", ma quelli a insistere "Tu DEVI essere mio amico! Siamo PARI!", "Ma quale parità?!", rispondevo, "Che manco mi rispetti dopo tutta la merda che ho dovuto ingoiare e poi ripulire. Che ancora mi vedi come un sociopatico mentre non ti accorgi di quanto sei infognato/a nel tuo stesso fango, e non ti sforzi per uscirne". 
E mi dispiaceva. 
Ci vuole forza e impegno. 
Io l'ho fatto.
"Tu sei un arrogante! Ti metti su un piedistallo e sei troppo severo!", dicevano ancora, "E cazzo, sì! Sono spietato con te perché lo sono stato con me stesso, Cristo Santo!", rispondevo, "Altrimenti a che serve? Noi non siamo amici! Siamo persone che vogliono uscirne!". Niente, tentavano di farmi fuori lo stesso, come se fosse proibito avere un minimo di esperienza alle spalle.
Però altri non hanno mollato, sono pochi. Quelli a cui ancora do una mano, gli faccio vedere i trucchetti, li accompagno nel percorso. E li vedo diventare liberi, forti, consapevoli. Alla fine diventiamo amici per esigenza naturale oppure ognuno va per la sua strada, serenamente.
Voi?
Che volete, voi?
Cioccolata?
Ok, se siete in cerca di un momento di passionale oscurità per poi tornare a fare finta di niente, se vi rivolgete a me perché vi piace la maschera di Nelson Corallo*, e se siete femmine, almeno quella cioccolata fatevela sciogliere addosso e alla fine SCO-PI-A-MO!
"Scopare, fottere, ficcare", vi direbbe Nelson Corallo*, perché lui era malato e tossico ma era anche un idealista. Nella sofferenza si svenava fino in fondo. E ci vuole coraggio, anche a fare cose folli. 
Già. 
Per il resto è sufficiente la mediocrità.

sabato 27 maggio 2017

"Volgare Amore"

"Volgare Amore"
di
Nelson Corallo*




Mi scoperei tutto di te
Quello che si può e quello che non si può
Mi scoperei
Il tuo corpo intero
Le unghie
I capelli
Le caviglie
Le sopracciglia una ad una
Mi scoperei tutto di te
E le lenzuola del tuo letto
I tuoi vestiti
Le tue creme profumate
La tazzina del caffè
Le sedie e gli sgabelli
Mi scoperei tutto di te
Il mondo dove vivi
L'aria che respiri, me la scoperei
L'acqua che ti bagna, me la scoperei
La luce che ti illumina, me la scoperei
La terra dove cammini, me la scoperei
Mi scoperei l'universo intero
Ogni pianeta, stella, supernova
E le costellazioni
Le galassie
I buchi neri
I soli sconosciuti
Mi scoperei l'idea di te
Il pensiero di te
Il dubbio di te
Il ricordo di te
L'assenza di te
Il vuoto di te
E tu mi chiedi perché?
Perché ti amo, sciocca.
E mi scoperei il "ti amo" di te
Ogni parola
Ogni lettera
Ogni punto e virgola
Mi scoperei tutto di te
Quello che si può e quello che non si può
E quando sarò morto
La Morte stessa mi scoperó
Le sue ossa secche
La sua veste nera
La sua falce infame
Mi scoperó
E la terrò stretta
Legata a me
Perché di te
Lei
Non possa prender nulla, mai.